lunedì 30 marzo 2015

i corti che escono su move magazine 26/ una brutta giornata

di Mauro Evangelisti 

Una brutta giornata 


Quando l'auto si è fermata, senza neppure starnutire, nel mezzo del nulla, ho pensato: non è possibile. Gli 82mila euro pagati rendevano irrealistico che morisse dopo neppure trecento chilometri. Pensare che questo viaggio non lo dovevo fare, che mi serviva solo a vincere la tensione e a godermi la macchina nuova. E ora cammino verso la cittadina più vicina perché siamo talmente lontani da tutto che nessuno ha mai pensato di portare da queste parti il segnale del cellulare. Cammino da 20 chilometri e, se i miei calcoli sono giusti, ne dovrò percorrere altri 20. Ma che altro potevo fare? In un'ora di attesa, in questo buco del culo tra sassi e sparuti alberi malconci, non è passato nessuno. Ed ecco, improvvisa, imprevista, la pioggia, prima lenta, poi rapida e copiosa. Non c'è nulla sotto cui ripararsi, non ho nulla con cui ripararmi: ho lasciato l'impermeabile e l'ombrello in macchina. Avanzo come un fantasma dal nulla verso il nulla con le scarpe italiane di cuoio e il completo grigio confezionato da un sarto tronfio di Hong Kong. Urlo, bestemmio. La pioggia risponde e diviene più violenta: un bombardamento, così non l'avevo mai vista. Non so se fermarmi o continuare a camminare, entrambe le scelte sono sbagliate. Come diavolo ho fatto a cacciarmi in questo guaio, «in un modo o nell’altro ne uscirai - mi dico - e tra un mese riderai di tutto questo».

Sento un rumore, un rombo che sovrasta perfino lo scroscio dell’acqua. Mi volto e vedo dei fari, è un camion, corre, forse sono salvo. Mi giro, agito le braccia, grido, ma temo di apparire pazzo, mostro che sono solo una brava persona nei guai. Il camion non rallenta e mi supera. «Figlio di puttana» urlo. Il camion inchioda, anche se fatica a fermarsi sull'asfalto bagnato, fa marcia indietro. Malgrado la pioggia, si abbassa il finestrino dalla mia parte. Al volante vedo un cumulo di carne tatuata, una faccia grande il doppio della mia, i capelli bianchi legati a coda di cavallo. Forse sono nei guai più di prima. Molto più di prima.
Dieci minuti dopo cambio idea. Sono seduto al fianco della massa di muscoli tatuata e lui mi parla con una voce di velluto, quasi dolce. Mi spiega che non mi aveva visto, si scusa per aver tirato dritto, mi dice che non può tornare indietro a trainare la macchina ma sicuramente nella cittadina qui vicino troverò aiuto, anche se lui va di fretta e dovrò arrangiarmi. «Non importa, basta che arrivo dove ci sono segni di civiltà» gli dico. È in quel momento che sento una specie di rantolo, un lamento, «aiuto» decifro. Il tipo al mio fianco fa finta di nulla, io mescolo il sudore con l'umidità che ha intriso i miei vestiti. Taccio. Con la coda dell'occhio distinguo un fucile dietro il suo sedile. Il lamento ora diviene più forte. «Aiuto». Impossibile ignorarlo. «Ti devo spiegare» mi sussurra il tipo. «No, tranquillo, a me basta che mi lasci scendere in città, non mi devi dire nulla». «Dietro sono due, pensavo fossero entrambi morti. Gli ho sparato». Deglutisco. Lui continua: «Quando sono tornato nella mia fattoria, li ho sorpresi, erano in tre. Stavano violentando mia figlia. Ha solo sedici anni. Avevo il fucile da caccia con me, ho sparato. Tu cosa avresti fatto?». Non rispondo. «Uno è riuscito a scappare, gli altri due sono dietro. Sto andando in città a portare i cadaveri e a consegnarmi allo sceriffo. Non sono una cattiva persona, io». Sì, non è la mia giornata fortunata. Ora ha cessato di piovere. Gli sto per dire semplicemente «fai quello che devi fare» quando un'auto ci affianca. Da lì qualcuno spara, s’infrange il finestrino di sinistra, «abbassati, è il terzo delinquente, quello che era riuscito a scappare» mi urla il tatuato. Accelera, ma l'auto è più veloce, ci taglia la strada, il tipo però perde il controllo, il camion si ribalta. Ci ritroviamo tutti fuori, per terra: io, il tatuato che ha fatto in tempo a prendere il fucile, il cadavere, e l'altro moribondo, che è quello che provava a chiedere «aiuto». Dall'auto invece esce un ragazzo piccolo e dal naso a becco d'aquila. «Brutta merda, hai ucciso i miei fratelli» grida. Avanza, con il braccio teso e la pistola in mano. Mi vede: «E questo chi è? Questa merda ti ha aiutato?». No, non è la mia giornata fortunata. Sto per gridare che non c'entro nulla, ma il tatuato, che aveva nascosto il fucile sotto il corpo, spara e sorprende il ragazzo, che però risponde al fuoco quasi allo stesso istante. Il tipo viene colpito vicino al cuore e si sgonfia, la testa del ragazzo esplode come un cocomero. La pistola vola in aria e finisce a pochi centimetri dal moribondo che ha la forza di afferrarla e puntarla verso di me. L'avevo capito che non era la mia giornata fortunata. Questa volta è finita. Sento il rumore dello sparo, ma è il fucile del tatuato che con le ultime forze, prima di crollare, ha ucciso il moribondo. Questa volta, sì, è davvero finita. Mi alzo, mi guardo intorno. Recupero il fucile, perché non vorrei che a qualcuno venisse in mente di resuscitare, visto che non è il mio giorno fortunato. Sento il rumore di una macchina, mi volto, è una donna sceriffo dai fianchi molto larghi e la pistola in mano che mi intima di buttare il fucile. Obbedisco. Mi guardo intorno: ci sono quattro cadaveri e io fino a pochi secondi fa avevo un fucile in mano. Servirà molto tempo per dare spiegazioni e da queste parti non amano le lunghe chiacchierate. Ricomincia a piovere. 

sabato 21 marzo 2015

i corti che escono su move magazine 25/ Al centro commerciale

copia e incolla da move magazine

di Mauro Evangelisti

Al centro commerciale
Il vecchio mondo, quello che fino a sei mesi fa, prima del grande crollo, era la normalità, ora a Franco sembra un'ombra lontana. Se non ci fossero gli scaffali dell'ipermercato per metà ancora ricoperti di prodotti, se non ci fossero i marchi che avevano scandito la sua vita, ora sarebbe convinto che era stato tutto un sogno. La luce del sole entra dai finestroni e Franco passeggia nei corridoi di quello che un tempo era il punto di incontro di famiglie, ragazzi, anziani che non sapevano come trascorrere la giornata. E allora andavano al centro commerciale a cercare felicità sottovuoto. Vedere ancora la merce sugli scaffali lo rassicura, soprattutto gli alimentari in scatola che hanno date di scadenza molto lontane. Essersi rifugiato dentro il centro commerciale è stata la sua salvezza: fuori, lontano, bande di disperati si fronteggiano per accaparrarsi il cibo o semplicemente per sfogare la rabbia per tutto ciò che hanno perduto. Franco si è nascosto nel centro commerciale, ha chiuso le porte, pazientemente ha portato fuori tutti i prodotti deperibili che avrebbero reso l'aria irrespirabile. Esce ogni tanto, timoroso che qualcuno scopra il suo regno dove il vecchio mondo ha lasciato ancora un patrimonio di viveri che, per una sola persona, potrebbe durare diversi anni. Nel reparto di elettronica ha trovato anche un lettore dvd che funziona con le pile, così ogni tanto può guardare qualche vecchio film, alternandolo ai romanzi che preleva dalla libreria nel lato nord del centro commerciale.
Successe tutto all'improvviso, racconta Franco a un piccolo registratore a batterie, uno degli ultimi ancora in vendita perché era tra gli oggetti che stavano scomparendo. Vuole lasciare una testimonianza, ma soprattutto vincere la solitudine. La crisi, inizia scandire Franco, stava avanzando, perfida, in tutto il mondo, proprio mentre ci sentivamo invincibili, perché le macchine, i mezzi di comunicazione, internet, la possibilità di dialogare in tempo reale con chiunque in ogni parte del pianeta, ci faceva credere di vivere in un mondo magico. Ma, senza che ne capissimo i motivi, l'economia artificiale che avevamo costruito, fatta di convenzioni e numeri virtuali nei database, implose. La rabbia delle persone si sfogò contro politici e banche, ma questo accelerò la crisi, perché tracimò l'incertezza, e il cosmo che avevano costruito non poteva permettersi l'incertezza, era una ramificata convenzione, una sconfinata finzione globale che poteva reggere solo se tutti stavano al gioco. Un giorno in Europa e negli Stati Uniti ci furono assalti agli istituti di credito, i sistemi che regolavano i trasferimenti di valuta furono compromessi. Si sfaldò la fiducia nella moneta: banconote e carte di credito non rappresentarono più nulla. Si tornò al baratto, il denaro o i numeri che comparivano negli estratti conto persero significato. Non si potevano più pagare gli stipendi, i servizi pubblici si fermarono, polizia ed esercito si frantumarono, nessuno governava più le nazioni occidentali. Ma poiché era tutto collegato, poiché ogni economia si basava sull'altra, il terremoto colpì tutto il pianeta, che da sei mesi, ora, vive una diversificata anarchia, una diffusione vorticosa di povertà, perché nessuno produce più beni e servizi, e di violenza: è saltato ogni ordine. Non so cosa stia succedendo nel resto della mia nazione - prende fiato Franco prima di proseguire - non esistono più mezzi di comunicazione, non viene prodotta energia e dunque non ci sono più tv, radio e internet. So solo che i più violenti hanno formato delle bande che vanno alla caccia dei più deboli, li schiavizzano, violentano le donne. Io sono fortunato, perché nessuno ha avuto la mia idea: rifugiarsi in un centro commerciale. Qui potrò resistere alcuni anni, anche se non capisco il senso di una vita come questa. Franco spegne il registratore, si guarda intorno e decide di cambiarsi vestiti. Entra in un negozio di abiti firmati per ragazzi e si prende un nuovo modello di jeans a vita bassa e una t-shirt. Ha trentacinque anni e quando il vecchio mondo è crollato era un insegnante di inglese, senza una moglie, senza figli e senza una vita che lo soddisfacesse. Non è cambiato molto da allora, visto che il tempo libero lo trascorreva al centro commerciale. È un tipo pacifico, se una delle bande dovesse trovarlo non avrebbe scampo. Percepisce un rumore, qualcuno sta entrando. Il rifugio è stato scoperto. Ansima, sente dei passi. Aveva nascosto un’ascia in un trolley. La prende, non può restare nell’ombra per sempre. Meglio farla finita. Esce dal negozio, si ritrova nella galleria centrale, tenendo l'ascia con due mani. Sente gli intrusi camminare dietro l'angolo, corre verso di loro, urla, e solleva l'ascia pronto a colpire. Poi li vede: sono tre bambini denutriti, arrivati lì chissà come. Si ferma. Appena in tempo.

lunedì 2 marzo 2015

i corti che escono su move magazine 24/ cosa è giusto

copia e incolla da move magazine

di Mauro Evangelisti

Cosa è giusto


Irina segue con lo sguardo Francesco che corre sul campo da calcio, urla come qualsiasi altro bambino, anche se a undici anni, lo sa bene anche lei, bambino più non è. L'allenatore le ha spiegato che ha talento, è forte fisicamente, che per ora si diverte, ma chi lo sa, promette bene. A Irina non interessa, è già importante vederlo correre, urlare come qualsiasi altro bambino. Undici anni fa, quando decise di parlare a un poliziotto italiano dal viso tenace, non era così sicura che ce l'avrebbe fatta, che il bambino sarebbe nato, che l'organizzazione non l'avrebbe trovata e uccisa. Oggi a vedere la partita è venuta anche Sofia, la figlia di quel poliziotto che l'aiutò a uscire dalla prigionia del racket della prostituzione. Una delle ragioni per cui lui si batté tanto per salvare Irina, incinta e disperata, è che anche sua moglie era al secondo mese. Oggi Sofia e Francesco sono amici inseparabili e, anche se non l'ammette neppure con se stessa, Irina è perfino un po' gelosa di lei. Urla, tutti in tribuna si alzano in piedi e applaudono, il padre del portiere della squadra di Francesco, si volta e quasi la strattona: «Signora, ha visto che razza di gol ha fatto suo figlio? Da trenta metri, a undici anni...». Irina sorride, timida, anche dopo undici anni non si è abituata a complimenti e gentilezza, per troppo tempo la sua vita è stata sofferenza, umiliazione e botte. Poi un giorno è come se a Irina dessero un calcio allo stomaco simile a quelli che gli sferrava il capo dell'organizzazione. Mentre sta stirando le camicie dell'avvocato per il quale lavora, Francesco è apparso dal nulla, cupo come non era mai stato, l'ha fissata, e stringendo in pugni, le ha chiesto: «È vero? Perché non me l'avevi mai detto?». «Di cosa stai parlando?». Il ragazzino le ha allungato un foglio stampato dal computer, una mail inviata da un indirizzo che Irina non conosce. C'è scritto: «È giusto che tu lo sappia, tua madre prima che tu nascessi era una prostituta, anche se per garantire una vita migliore a te che stavi per nascere ha avuto il coraggio di denunciare i suoi sfruttatori. Dovresti essere fiero di lei». Non c'è nessuna firma. Irina trema, non trova la forza di reagire, va in camera a piangere anche se capisce che questa è la cosa sbagliata. Francesco non riesce ad essere fiero di lei, anche se sa che sarebbe la cosa giusta. «Perché mi hai sempre detto che mio padre era morto prima che tu venissi in Italia?» urla. Sono le ultime parole che pronuncia per una settimana. Non va più a giocare a pallone, a scuola gli insegnanti non lo riconoscono.Irina non comprende chi possa essere stato tanto crudele da inviare quella email a Francesco. Forse qualcuno dell'organizzazione ha voluto vendicarsi? O magari Tobia, il poliziotto, per un incomprensibile motivo, magari pensando di fare il meglio per il bambino? In realtà solo lui, in città conosce la verità. Irina lo chiama al telefono, gli dice che è stato un verme, che non ne aveva diritto. «Ma di cosa stai parlando Irina? Non capisco, davvero. Cerca di spiegarti». Irina interrompe la telefonata, si vergogna di avere dubitato di Tobia, l'uomo a cui deve la vita e quella di Francesco. Una settimana dopo Sofia va a trovare Francesco che quanto meno ora comunica a monosillabi con Irina. Il giorno prima le ha detto: «Comunque io ti vorrò sempre bene, tantissimo». E poi è arrossito e si è chiuso in camera. Irina pensa: sta soffrendo molto, troppo, non perdonerò mai chi gli ha causato tanto dolore.Sul tavolo della cucina c'è lo zaino di Sofia, Irina lo sposta, cade un libro, un romanzo, e si apre su una pagina piegata. C'è una frase evidenziata in azzurro e sottolineata anche a penna, come se Sofia avesse riflettuto a lungo su quella frase. Irina la legge: "Nella vita per essere felici è meglio conoscere tutta la verità? Ed è vera felicità quella che è costruita su alcune menzogne, su alcune notizie che qualcuno ci ha celato?". Capisce: non è stato Tobia a inviare quella email, ma Sofia. Non riesce ad odiarla.Il giorno dopo Francesco torna ad allenarsi, Irina si sente meglio. Suonano alla porta, lei apre distratta ed arriva un calcio allo stomaco, questa volta è vero. Distingue la testa pelata e il tatuaggio: un teschio. È lui, l'ha trovata. Vede il coltello, sa che sta per finire tutto. Chi penseIrà a Francesco? Poi sente il tonfo e un urlo, quasi contemporanei, vede Tobia che è entrato dalla porta lasciata socchiusa e ha colpito, appena in tempo, il tatuato. Le ha salvato di nuovo la vita. Mentre i colleghi portano via il tatuato, Tobia dice a Irina: «Ero venuto a chiederti spiegazioni, non avevo capito la telefonata che mi avevi fatto la settimana scorsa, ero preoccupato». Irina sorride, lo abbraccia, non era niente, gli risponde. Riflette: se Sofia non avesse inviato l'email a Francesco, lei non avrebbe fatto quella telefonata stupida a Tobia, Tobia non sarebbe venuto a chiederle spiegazioni e il tatuato l'avrebbe uccisa. Sofia, in fondo, le ha salvato la vita.

giovedì 19 febbraio 2015


i corti che escono su move magazine 23/ forever young

copia e incolla da move magazine 

di Mauro Evangelisti 



Forever young


«Giulio, perché non cessi questa commedia?». Anna, con le lacrime che seguivano le rughe da settantacinquenne, afferrò le spalle del figlio. Giulio non reagì e disse solo: «Non lo capisci che siete tutti su un treno che corre verso un muro? Io sono sceso prima». Anna urlò «basta», intervenne la dottoressa Carla, la fermò, quasi l'abbracciò. «Anna, non serve. È un lungo percorso quello che stiamo facendo con Giulio». «Mi calmo». Giulio le prese la mano : «Ha ragione la dottoressa, non devi fare così. Io ti voglio molto bene».
Fuori, camminando verso il parcheggio, Anna si chiese perché avesse perso il controllo, forse era perché Giulio stava per compiere 50 anni. Ripensò al passato. Con l'aiuto della dottoressa Carla aveva imparato a convivere con la follia del figlio. Era cominciato tutto 15 anni prima: Giulio divenne strano. Fino ad allora gli si poteva solo imputare l'incapacità di gestire rapporti duraturi, era molto attraente e cambiava ragazze spesso. «Pensare - diceva la madre - che al liceo era timidissimo, erano gli anni della malattia del padre». Giulio a 35 anni cambiò: un nuovo taglio di capelli, abiti da teenager, la passione per musicisti e serie tv. All'inizio nessuno ci fece caso, altri uomini della sua età in fondo vestivano allo stesso modo. Ma Giulio cominciò a frequentare i locali dei ventenni. Anna provò a parlargli e fu quella la prima volta che Giulio tirò in causa il treno in corsa: «Tu non capisci, mamma, tutto quello che ci succede non ha senso, gli anni passano, invecchiamo, accettiamo tutto senza reagire. Andiamo dritti verso l'infelicità, un treno che corre verso un muro, ma io frego tutti. Io scendo prima». Anna sperò che Giulio scherzasse, ma le cose peggiorarono. Si tinse i capelli ingrigiti, si comprò uno scooter, quasi sempre aveva le cuffie dell'iPod, su Facebook scriveva di avere 20 anni. Era sempre più strambo e Anna con una scusa gli chiese di non lavorare più nel negozio di famiglia, che sarebbe stato più utile nella gestione del sito. Poi però divenne violento: in un bar aggredì una ragazza che rise quando le disse di avere vent'anni. Picchiò i carabinieri in caserma a cui ripeté di essere un ventenne. Urlò contro la madre quando tentò di convincerlo che la commedia doveva finire. Fino a quando, a 45 anni, dopo che aveva accoltellato tre ragazzi che gli chiesero cosa ci facesse in un bar frequentato dai giovani, Anna fu costretta ad accettare che fosse rinchiuso in una clinica. Fu lì che conobbero la dottoressa Carla. Era l'unica che sapeva gestire la rabbia di Giulio. Spiegò ad Anna: «Giulio non ha avuto una giovinezza felice, per la malattia del padre. Ora si fa restituire quegli anni».
Anna vide la sua auto, cercò le chiavi, capì di essere troppo stanca, si adagiò al suolo e morì. Al funerale Giulio aveva alcuni capelli bianchi e quasi rasati a zero, aveva rinunciato alla tinta . Indossava un completo scuro e la cravatta: non succedeva da vent'anni. Pianse. Il giorno dopo disse alla dottoressa: «Mi lasci uscire. Non farò altre follie. Ho capito che non potrò mai scendere dal treno». La dottoressa Carla lo abbracciò: «Va bene». Una settimana dopo la dottoressa pensò che il prossimo anno avrebbe compiuto 65 anni e che sarebbe stato patetico aspettarsi una nuova imprevista felicità. Gli mancavano Anna e Giulio. Si tolse la vita.
Giulio, ingrassato, andò anche al funerale della dottoressa Carla e pianse. Vendette il negozio e partì per un viaggio in oriente. Atterrò a Bali e di lì, irrequieto, passò da un aereo all'altro, da una nazione all'altra. Non fingeva più, era solo un educato turista cinquantenne. Non era felice, ma si distraeva. «L'unica soluzione è distrarsi dal treno in corsa». Un giorno salì su un aereo diretto in un'isoletta dell'Indonesia. A bordo c'era solo un gruppo di ragazzi australiani. In volo, le condizioni del tempo peggiorarono, il pilota tentò un atterraggio di fortuna. Giulio, i sei australiani e una giovane hostess si salvarono. In otto - quattro uomini e quattro donne, tutti tra i venti e venticinque anni ad esclusione di Giulio - si ritrovarono a sopravvivere in una foresta. Usarono le poche provviste che c'erano a bordo con oculatezza, impararono a cacciare. L'autorità di Giulio venne subito riconosciuta. Fece l'amore con la hostess, poi però lei si fidanzò con un australiano. Avrebbe dovuto sentirsi tradito e invece si sentì galvanizzato da questi intrecci e dopo poco fece coppia con un'australiana. In attesa dei soccorsi, il gruppo organizzò una sorta di villaggio allegro. In spiaggia, ogni sabato, facevano una festa, cantavano e ballavano. Giulio, un giorno, sulla cima della collina, sorrise. In lontananza, vide uomini in divisa che stavano facendo delle ricerche. Non attirò la loro attenzione. Tornò al villaggio. Agli altri non disse nulla.

lunedì 9 febbraio 2015

i corti che escono su move magazine/ 22 volevo solo una che mi scattasse le foto

copia e incolla da move magazine

di Mauro Evangelisti

Volevo solo una che mi scattasse le foto


 Stava bene, aveva trovato un equilibrio soddisfacente, senza troppa fatica. Da solo. A trent'anni era un disegnatore ben pagato, nascosto dietro a uno pseudonimo. Così poteva partire quando voleva e viaggiare lo aiutava a trascorrere il tempo senza affanni. Non desiderava una donna o, più precisamente, una relazione. Per il sesso pagava, il metodo era efficace e senza le controindicazioni di una partner fissa. Voleva fare ciò che voleva, quando lo voleva. Decidere quando partire e quando tornare. Fermarsi vicino le cascate del Niagara, sotto il Golden Gate, lungo il Malecon, all'ombra delle Petronas Tower, a piazza Tien An Men o sulla Grand Place e scattare foto, caricarle su Instagram. E soprattutto selfie, che testimoniavano il suo passaggio nei differenti luoghi. Così la vita proseguiva senza scosse tra le giornate intense del disegno quando doveva consegnare un lavoro, le telefonate alle escort che una volta al mese convocava nel suo appartamento, la ricerca su Internet di un volo per partire quando gli impegni erano stati rispettati, la preparazione di una lista di luoghi da visitare nella città o nella nazione prescelta, i ristoranti migliori, le discoteche con le ragazze più disponibili, le foto, i selfie. Andava bene così e quando quelli della casa editrice lo invitavano a prendere un aperitivo, a mangiare una pizza, a una festa, lui quasi sempre rifiutava perché sapeva che si sarebbe annoiato. Il flusso di vita organizzata che aveva imparato a gestire era tutto ciò di cui aveva bisogno. A giugno partì per Cartagena de las Indias, Colombia: aveva letto un articolo in cui si magnificavano le bellezze del centro storico e delle spiagge e la vivacità della vita notturna. La seconda sera, in una discoteca frequentata da turisti in cerca di ragazze e da ragazze in cerca di turisti con i soldi, passò in rassegna con lo sguardo le bionde, le rosse e le brune, i jeans attillati, le tette rifatte, le gonne minuscole. Poi si avvicinò a una bassa e dai capelli scuri e le chiese di andare in hotel con lui. «Me llamo Angela» gli disse. Dopo un'ora di sesso le diede l'equivalente di cento euro e le chiese di andarsene. «Non vuoi che resto a dormire con te?». «Preferisco di no» rispose, sincero perché non sopportava dormire con un'altra persona. Due giorni dopo passeggiava nei vicoli del centro coloniale, tra i palazzi di pietra chiara, faceva molto caldo ed era sudato. Si fermò per scattarsi un selfie con la cattedrale alle spalle. Sentì una voce rivolgersi a lui, in italiano: «Ti scatto una foto, guapo?». Era Angela. Le diede lo smartphone e si lasciò fotografare. Trascorsero il pomeriggio tra i vicoli e le piazze, il Palacio de la Inquisicion e Plaza Santo Domingo. Angela gli scattò decine di foto. Quando gli propose di farsi un selfie insieme, lui rispose che preferiva di no e lei non glielo chiese più. Lui però si accorse di stare bene con Angela, non era più costretto a strane contorsioni per scattarsi i selfie. Si lasciò convincere a tornare in Colombia tre mesi dopo, lui che non aveva mai dato troppa importanza al denaro esaudiva ogni richiesta di Angela. Accettò anche di seguirla a Baranquilla, per conoscere la sua famiglia. Si abituò a dormire con lei, a usare il gabinetto sapendo che lei poteva entrare in qualsiasi momento. Cinque mesi dopo la invitò in Italia è la sposò, per rendere tutto più semplice. Lei trascorreva le giornate a guardare la tv o chattare su Facebook con altri colombiani. Ogni tanto partivano - Parigi, Barcellona, Capri - e lei gli scattava le foto. Non si fecero mai una foto insieme. A volte andavano a Civita di Bagnoregio, nel Viterbese, ad Angela piaceva, perché lì avevano girato una telenovela brasiliana che guardava quando era bambina. «Tu sei troppo freddo, distante, mi sembra di essere sposata a un computer» un giorno gli disse. Lui non rispose, pensando che non fosse importante. Di giorno in giorno la vide sempre più scura in volto, assente. Non rideva più. Finché una sera gli annunciò: «Io me ne vado, non ce la faccio più, mi dispiace. Non ti preoccupare, non voglio i tuoi soldi». «Fai come vuoi» rispose lui, non troppo preoccupato perché in fondo aveva sempre vissuto da solo, bastava ripristinare l'antico equilibrio. Non fu difficile. L'accompagnò alla stazione, Angela si trasferì in un'altra città. Lui non lo notò, lei lo nascose perché era troppo orgogliosa, ma prima di salire sul treno una lacrima sbucò da sotto gli occhiali scuri. Lui tornò alla sua vita di sempre. Si comprò un'asta per scattarsi i selfie. Sentiva solo uno sfuggente sapore amaro in bocca. «In fondo - si disse una volta quando faticava ad addormentarsi - io volevo solo una che mi scattasse le foto». Oggi è passato un anno da quando Angela è salita sul treno. Lui, senza motivo, ha guidato fino a Civita di Bagnoregio, ha percorso a piedi il ponte, si è fermato al centro della piazza, e ha preso lo smartphone. Prima ha fatto qualche foto per Instagram, poi ha girato la fotocamera per il selfie. Sente una voce: «Ti scatto una foto, guapo?»

martedì 6 gennaio 2015

i corti che escono su move magazine 21/ la nazione felice

copia e incolla da move magazine

di Mauro Evangelisti


 La nazione felice


Lisa si fermò a prendere fiato e ad ammirare il parco. Perfetto, l'erba dei prati ad altezza regolare, le foglie degli alberi arancioni, il sole rosso del tramonto. Si diffuse la musica in sottofondo e Lisa, mentre si asciugava il sudore del footing, capì che erano le18. Come gli altri cittadini del parco, restò immobile, con la mano destra sul cuore. Le note dell'inno del Grande Stato di Occidente accarezzavano, come sempre, le sue emozioni. Al termine una voce tenue ma ferma annunciò: «Godetevi la vita, secondo tutti i ricercatori non è mai stata bella e felice come in questa epoca. Da 23 anni nessun cittadino vive sotto le soglie di povertà». Succedeva sempre così: dopo l'inno, una breve frase - breve, anche la noia era stata annientata dal Grande Stato di Occidente - ricordava uno dei successi raggiunti nell'epoca migliore della storia. «E in effetti è così - si disse Lisa tollerando retorica e propaganda con le quali era cresciuta - guerra e povertà sono solo argomenti di storia, neppure riusciamo a immaginarle». Vide i capelli biondi di Jack, che come sempre correva con la canottiera fuori dai pantaloni, una sfida al sistema che non scandalizzava nessuno. «Ti piace questa merda della propaganda?» le disse. «Originale il tuo modo di invitarmi a cena» gli rispose.
Dopo due ore erano sotto la doccia, nell'appartamento di Jack al settantaduesimo piano da cui si ammirava la città, ordinata e sterminata. Fecero l'amore, lei selvaggia, lui impacciato, e poi cenarono. «Perché critichi la nostra società? Pensi davvero che in passato tra guerre, rivolte, ricchezza per pochi e povertà per molti, si stesse meglio? Vi è mai stata un'epoca migliore di questa? Anche la famiglia meno ricca ha una casa che un tempo sarebbe stata considerata lussuosa. Lavoriamo solo una decina di ore alla settimana, facendo ciò che più ci piace. Il benessere diffuso ha annullato le ragioni dello scontro sociale. Cosa c'è di sbagliato? Sei un irriconoscente e immaturo».
Dopo quattro ore di auto, di notte, con Jack sovreccitato che ripeteva «dobbiamo fare attenzione, esiste un unico percorso che evita i sensori, una falla del sistema che pochi conoscono», Lisa si pentì di avere accettato di seguirlo.
L'auto di Jack si fermò su un altopiano. Il sole non era ancora sorto. Jack allungò a Lisa il visore a infrarossi, che consentiva di vedere al buio e attraverso le mura (ma i palazzi della città erano schermati).
Lei guardò e sorrise: «È uno scherzo? Stanno girando un film?». Poi ironicamente applaudì: «Io dovrei credere a tutto questo?». «Anch'io all'inizio non ci credevo, siamo stati educati a credere ad altro. Però prova a chiederti: chi ha costruito i nostri grattacieli ? L'auto perfetta con cui siamo arrivati fin qua? I tuoi vestiti? Chi pulisce le fogne? Dove finiscono i rifiuti?». «Le macchine, fanno tutto le macchine, per questo non siamo più schiavi del lavoro». «Schiavi, ecco hai detto la parola giusta. La ricchezza di un popolo, di uno Stato, si è sempre basata su violenza e schiavitù. Hai visto gli stabilimenti? Il visore ti ha mostrato uomini, donne e bambini al lavoro. Non è il set di un film. Laggiù ci sono i trenta milioni di schiavi sui quali si basa la vita felice dei tre milioni di abitanti del Nuovo Stato di Occidente. La nostra è una società perfetta, vero, senza povertà, ansia, rispettiamo gli altri, la diversità di chiunque, i reati sono assai meno che in passato. Ma solo perché abbiamo al nostro servizio trenta milioni di schiavi». «Perché non si ribellano?». «Verrebbero uccisi dalle nostre forze di pace, ma soprattutto pensano che non vi siano alternative, che il mondo debba essere così e non potrebbe essere differente, proprio come te».
L'auto, dopo mezz'ora, si avvicinò a una recinzione. Lisa vide centinaia di persone con abiti stracciati, pelle sporca, sguardo basso, denutrite, che si trascinavano lungo una strada fangosa. «Cosa vuoi fare?». Jack entrò da un foro della rete e si avvicinò a una decina di quegli uomini. «Dovete fuggire, potete essere liberi» urlò. Lo circondarono, lo buttarono a terra e cominciarono a picchiarlo. Lisa gridò, si udì una sirena, arrivarono agenti delle forze di pace, spararono agli uomini che stavano pestando Jack. Lo liberarono e lo portarono oltre la recinzione. Un ufficiale andò a parlargli: «La lasciamo andare solo perché suo padre fu il fondatore del Grande Stato di Occidente. Dobbiamo a lui la nostra felicità. Ma se ci riprova, informeremo le autorità supreme». Durante il viaggio di ritorno Jack e Lisa non parlarono. Il silenzio fu rotto da alcune esplosioni, lontane. Lisa ricordò di avere visto Jack passare un foglio agli aggressori. «Sì, è come credi - disse lui, intuendo i suoi pensieri - l'aggressione era finta, dovevo consegnare ai ribelli la mappa dei nascondigli dell'esplosivo. La rivolta è iniziata, il Grande Stato di Occidente sta finendo». Lisa si chiuse a gomitolo sul sedile dell'auto. Era terrorizzata. Non voleva perdere il suo mondo.i

mercoledì 10 dicembre 2014

i corti che escono su move magazine 20/ la mia vita stupefacente

di Mauro Evangelisti

La mia vita stupefacente

Aveva undici anni. Una sera vide il padre scusarsi con il direttore della banca in cui lavorava. Si erano incontrati per caso, in un bar, e il direttore lo aveva rimproverato, sia pure bonariamente, per un errore commesso in ufficio. «Nulla di grave, Giovanni, però la prossima volta faccia più attenzione, la prego». «Ha ragione direttore, la mia è stata una leggerezza ingiustificabile. Non succederà più». La cosa si esaurì in poche decine di secondi, il padre e il direttore parlarono di calcio, del tempo, dei figli che crescono e si erano salutati. Ma a Giampiero era rimasta impressa, indelebile, l’immagine del padre mortificato, del padre che dava del lei al direttore, del direttore che invece gli dava del tu. Non disse niente a suo padre, che con lui commentò «fa il burbero, ma è un bravo cristo, ce ne fossero di capi come lui».
Per una settimana ripensò a quanto era successo. E poi prese la decisione. «Se a quarant’anni non sarò diventato una persona importante, mi toglierò la vita. Accetterò la sconfitta e la farò finita. Non proseguirò una vita mediocre. Non avrebbe senso». Ecco, sarebbe stato normale se tutto fosse finito lì, se si fosse rivelata come una frase stupida di un ragazzino immaturo, un proponimento che uno dimentica o a cui ripensa con un sorriso. Ma per Giampiero non fu così. Più passavano gli anni, più quella promessa a se stesso si alimentava, si definiva nei contorni, prendeva forma, come uno schizzo a matita che viene ripassato con un pennarello. In quella decisione Giampiero trovava energia per essere il migliore al liceo, per studiare sei ore al giorno, per affrontare l’università con caparbietà tanto da laurearsi con 110 e lode in Economia a 23 anni. Fu subito assunto da una multinazionale, fu mandato a Hong Kong a fare esperienza nel settore bancario, ebbe un incarico di notevole responsabilità, a soli 28 anni, alla borsa di Londra. Due anni dopo, però, in un meeting organizzato dalla sua compagnia a Lanzarote, si accorse che la grande sala convegni dell’hotel era piena di giovani come lui, che avevano raggiunto risultati formidabili. Come lui. «No, così non uscirò dalla mediocrità». La sera stessa scrisse la lettera di dimissioni. Con i soldi che aveva accumulato, la liquidazione e la piccola eredità ricevuta dal padre in un anno creò una nuova compagnia e lanciò una catena di caffetterie alla moda, con il wi-fi e una presa ad ogni tavolino per ricaricare i cellulari e i tablet. La chiamò Coffee Four.
Inizialmente fu un successo, dopo tre anni aveva già quattordici locali in sei regioni italiane differenti, ma era indebitato con le banche. E soprattutto, in fondo, erano solo caffetterie. Accettò l’offerta di una multinazionale e vendette la catena di Coffee Four, limi-tando le perdite, ma riducendo comunque il capitale iniziale. Il giorno del trentacinquesimo compleanno lo trascorse in un hotel con tre prostitute. Non aveva mai pagato per il sesso, ma si sentiva molto triste e decise di farsi un regalo che ovviamente lo lasciò più vuoto di prima. Mancava solo un lustro al suo quarantesimo compleanno e la promessa che aveva fatto a se stesso, a undici anni, era ancora scolpita nella sua anima e per nulla al mondo l’avrebbe cancellata. Decise che aveva sbagliato obiettivo, che non erano l’economia o il business i territori in cui avrebbe trovato il sentiero per uscire dalla mediocrità. No, avrebbe scritto un libro. Ecco la strada. Tornò a Lanzarote, affittò una villetta per un anno e si chiuse dentro a scrivere, sette ore al giorno, la parabola di un ragazzo che parte dal nulla, raggiunge il successo, poi perde tutto travolto dalla droga e dall’ansia di avere sempre di più. Non era una storia molto originale, ma era ben scritta, con ritmo e linguaggio innovativo.
“La mia vita stupefacente” era il titolo. A una casa editrice di medie dimensioni piacque, perché – spiegò l’editor – poteva diventare un romanzo generazionale. Giampiero firmò il contratto, ma dovette aspettare un anno prima dell’uscita del libro. Il romanzo non andò male, vendette settemila copie, alla casa editrice furono contenti e gli chiesero di scrivere in fretta un seguito. Ma restò comunque un libro di nicchia, che fece disperdere il nome dell’autore tra migliaia e migliaia di volumi presenti nelle librerie. Quando Giampiero lo capì, mancavano pochi giorni al quarantesimo compleanno. Fu invitato a una festa della sua casa editrice, ma dimenticò l’invito e non lo fecero entrare. Nessuno lo riconobbe. Non insistette. Tornando a casa, capì che il tempo a disposizione era finito. Salì sul tetto del palazzo e si lasciò cadere nel vuoto. Mentre precipitava vide – o gli sembrò di vedere – da una finestra una ragazza con la felpa con il logo della multinazionale in cui lavorava a Londra e in mano una tazza con il brand di Coffee Four, immersa nella lettura di “La mia vita stupefacente”. Per pochi attimi fu felice.

mercoledì 19 novembre 2014

i corti che escono su move magazine 19/ prima della battaglia

 di Mauro Evangelisti

Prima della battaglia


Mio amato, ti ho chiesto di portare con te questa lettera in battaglia e di leggerla poco prima che il sangue cominci a scorrere perché spero possa darti incandescente forza che si vada ad aggiungere al tuo coraggio senza fine. Mi illudo che il mio amore, che sarebbe stato altrettanto solido in tempo di pace, alimenti un significato ancora più profondo a una battaglia tanto decisiva che tu e gli altri difensori del nostro popolo vi accingete a combattere. Sappiamo tutti quanto la situazione sia disperata e solo il vostro valore potrà evitare che il nostro popolo sia condannato alla schiavitù, annientato, perfino cancellato dalla storia. Vorrei essere lì al tuo fianco, tenerti la mano, asciugare il tuo sudore, fermare il tuo sangue che spero non debba mai sgorgare. Il mio amore non ti abbandonerà mai. Anche le ragioni più nobili e profonde, la sopravvivenza stessa di un'intera popolazione, in un uomo che combatte devono essere affiancate dalla consapevolezza che c'è un sentimento distinto da tutti gli altri alla base di tutto, del vivere o morire. Quel sentimento è l'amore che io provo per te e per i figli che, spero, un giorno potrò darti. Tua per sempre, Alma.

Cara Alma, ormai sentiamo l'odore stesso dei nostri nemici, le urla, le promesse di morte, gli insulti, da un esercito scomposto e selvaggio, ma pur sempre triplo del nostro. Noi siamo un popolo pacifico, costretto a combattere e morire per difendersi. Ma mai dolore sarà insopportabile con il tuo amore al mio fianco, il desiderio di rivederti, difenderti, salvarti. Scrivo queste poche righe dopo aver letto la tua lettera e lascerò questo pezzo di carta sotto una pietra. Se sopravviverò tornerò a prenderla e te la consegnerò. Se morirò, queste parole non moriranno con me.

Amore mio, tutto è perduto. Tu sei morto, nel campo di battaglia in cui è stata scritta la fine del nostro popolo. Fino all'ultimo uomo avete combattuto e siete morti, non vedrò neppure il tuo cadavere. Ti è stato risparmiato l'orrore di ciò che è successo dopo la sconfitta. Il nemico ha invaso la nostra città, ha bruciato le case, ha fatto a pezzi i nostri vecchi e i nostri bambini. E poi, ubriachi, ci hanno violentate per giorni. Molte di noi sono morte, a me Dio ha negato questo unico sollievo e vivo nella più umiliante delle schiavitù. Condannata a servire il nemico che ha distrutto il nostro popolo e che ti ha ucciso. Io ti amerò per sempre, fino a quando morirò e potrò rivederti, oltre i confini di questa vita. Scrivo questa lettera nella mia mente, nessuno la leggerà, ma è sorgente di forza. Come se servisse ancora a qualcosa, la forza.

Cara Alma, sono trascorsi trent'anni dalla battaglia in cui il mio popolo trovò la fine. Quel giorno, dopo la prima offensiva del nemico, sono fuggito. Ho avuto paura, non avevamo speranze e non volevo morire. Colpito da una spada ho visto il mio sangue e intuito che il prossimo nemico mi avrebbe tagliato la testa. Sono corso via e ancora mi seguono gli sguardi dei miei commilitoni. Sanguinante, ho scalato la montagna, allontanandomi dalla battaglia, dalla nostra terra e dalla mia dignità. Ho mangiato radici e insetti e ogni volta che ritrovavo le forze riprendevo a correre. Lontano, con il terrore di incrociare il nemico. No, non pensavo a te, Alma, per quanto ti amassi e ti ami ancora, provavo troppa vergogna. Pensavo a sopravvivere. Poi la vista si è offuscata e sono caduto in una palude pensando fosse la morte. Mi sono risvegliato in una branda, con terrore ho creduto di essere stato fatto prigioniero, con altrettanto terrore ho temuto che invece fossi stato salvato dal mio popolo, che avessimo vinto la battaglia e che mi sarei stato ricordato per sempre come colui che è fuggito. Non era vera alcuna delle due ipotesi. Ero finito nel territorio del popolo dello stagno, neutrale. Una coppia di anziani mi ha curato, guarito, accudito, senza domande. Mi ha accettato come un figlio. La mia vita è ricominciata lì, ho imparato lingua e usi differenti. Ho conosciuto la figlia della guida del popolo dello stagno, ci siamo innamorati e ci siamo sposati. Abbiamo avuto tre figlie, vissuto nell'abbondanza. Sono felice. E non sono mai venuto a cercarti, Alma, anche se mi hanno raccontato che vivevi schiava nella città del nemico. Oggi sono tornato sul campo di battaglia, per la prima volta dopo trent'anni. Ho ritrovato la pietra dove avevo lasciato la lettera che ti scrissi, l'ho strappata e dispersa nel vento. So di non meritare la felicità che la vita mi ha dato, vince l'ingiustizia. Ogni volta che guardo gli occhi delle mie figlie penso che sono il mio bene più grande e non sarebbero mai nate senza la mia fuga. In quest'ultima lettera, che scrivo per me e che tu non leggerai mai, posso solo concludere con certezza: ti amavo, nonostante la mia vigliaccheria. Ti amo ancora.


I primi 19 "Corti di Kappa" pubblicati da Move Magazine sono stati raccolti in un libro dal titolo "Reato di solitudine". Potete scaricarlo come eBook su www.amazon.it digitando nella ricerca il nome dell'autore "Mauro Evangelisti" o il titolo "Reato di solitudine".

i corti che escono su move magazine 18/ il vento in faccia

di Mauro Evangelisti

IL VENTO IN FACCIA
In ufficio mi hanno chiesto se volevo versare la mia parte per il regalo: trenta euro. Certo, ho risposto. E così nel biglietto è finito anche il mio nome. Sara, un mese prima, mi aveva preso da parte e con il solito sguardo avvolgente e bugiardo mi aveva spiegato: «Allora, ci siamo. Mi sposo. Tra sei settimane. Il ricevimento lo facciamo nella mia casa in collina. Mi farebbe piacere se venissi anche tu».
Io l'ho inquadrata intontito, mentre la lama - quella con cui ho imparato a convivere - mi torturava ad altezza stomaco. Dignità, ho detto a me stesso. «Se posso, vengo». E sono sgattaiolato via, come se Sara stesse tentando di vendermi un abbonamento alla pay-tv. Era il picco massimo di dignità a cui potessi aspirare.
Per fortuna era già quasi ora di tornare a casa, ho lasciato che gli altri uscissero prima di me, ho finto di essere impegnato con una cosa urgentissima sullo smartphone, ma in realtà stavo semplicemente cambiando lo sfondo, perché quella del tramonto scattata a Santorini decisamente non mi aveva portato fortuna. Misi l'immagine di una scogliera. Poi uscii da solo e mi fermai al Lidl a comprare della vodka. A casa scaldai una pizza, preparai quattro vodka e tonic, e mi sparai in cuffia un po' di musica metal, quella che mi piaceva ascoltare ai tempi del liceo.
Mi hanno detto che come regalo Sara ha chiesto un juke-box. Un vecchio juke-box funzionante che metterà nella tavernetta della villa per la quale il futuro marito sta già pagando rate del mutuo impressionanti. Il juke-box è una classica richiesta ”alla Sara”, a cui piace mostrarsi originale e poetica, ma poi si sposa con il tipo che paga rate del mutuo impressionanti.
Tre mesi. Tanto è durata la nostra quasi storia. Lei era già fidanzata con il tipo che domani sposerà e che paga rate del mutuo impressionati. Io ero innamorato, Sara forse ha voluto semplicemente farsi un ultimo regalo, uno straccio di emozione proibita prima del matrimonio. Aveva problemi in ufficio, io restavo a lungo a parlare con lei. Poi uscivamo, prendeva una scusa con il fidanzato e facevamo lunghi giri in automobile dalle parti della nuova tangenziale. Una mattina l'accompagnai anche a Bologna, dove aveva un colloquio con il boss della società per migliorare la sua condizione. Restai per almeno due ore sotto il palazzo ad aspettarla. Al ritorno mangiammo un panino all'autogrill, poi mi chiese di non accompagnarla a casa subito. E mentre vagavamo con la macchina tra i capannoni della zona industriale, mi disse a freddo: «Ma se non ti fermi, come fai a baciarmi?». Fu il primo nostro bacio e seguì altro. Ricordo strani hotel lungo la provinciale. Gli sguardi torvi dei portieri di notte. I camion parcheggiati fuori. Tre mesi, poi lei si allontanò e non mi diede più speranze. «Goditi il ricordo di ciò che è stato. Se davvero per te è stato importante quel ricordo non sbiadirà. Ma io ora devo proseguire la mia vita. Io amo il mio fidanzato».
Non è una grande scoperta: lavorare nello stesso ufficio con la donna che ami e non ti ama è una tortura; vederla ogni giorno, ascoltare le sue telefonate, può fare molto male.
Oggi è la domenica del matrimonio. Non andrò. Non ho mai pensato di andarci. Sara lo sa. Alla fine il juke-box non l'hanno trovato e con i soldi raccolti in ufficio è stato acquistato un robot da cucina. Io questa mattina ho cambiato di nuovo lo sfondo dello smartphone: ora c'è un pesce rosso dentro una boccia troppo piccola. O forse è il pesce rosso troppo grande. Mi infilo i pantaloni della tuta e la maglia della mia squadra di calcetto. Mi fermo al bar e mangio un tramezzino al tonno. Decido che vale come pranzo. Cammino fino al Lidl, ma è chiuso. Per fortuna ho ancora della vodka in casa. Mi stendo sul divano e preparo un vodka e cola. Sono iniziate le partite, butto un occhio su Sky, ma la tv mi appare come una successione di immagini inutili, gridolini dei telecronisti, mani nei capelli dei calciatori, arbitri che alzano braccia. In questo momento, penso, deve essere cominciato il ricevimento. Potrei presentarmi là e combinare un casino. Rovinarle il giorno del matrimonio. Ma non è nel mio stile, nel mio personaggio, io sono uno che fa a botte di rado, anche se quando succede di solito non sono quello che le prende. Mi rivesto e prendo la moto dal garage. Non corro, sono prudente, per strada non c'è nessuno. Salgo sulla collina, lascio la moto nel parcheggio della villa. Sono dietro a un albero, non è che mi nasconda, semplicemente di lì non possono vedermi. Lei sorride agli invitati, così da lontano, vestita di bianco, mi pare una ragazzina che ha appena fatto la prima comunione, non una giovane sposa. Eppure, allo stesso tempo, in quei lampi di sorrisi mi pare di intuire il tempo che passa e che passerà, ciò che sarà: è già oltre la giovinezza che quei sorrisi fanno apparire eterna, mentendo. Torno alla moto, vado via, penso al robot da cucina. Non indosso il casco, per un po’ voglio sentire il vento forte in faccia.

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