Restare soli
«Ti prego andiamo a casa».
«Chiedo il conto. Ma il cinema?».
«Scusami, ma questa storia di Licia mi ha rovinato la serata. Non me la sento. Perdonami».
«Ma cosa è successo?».
«Mi è arrivato un suo sms. Dice che dall'oggi al domani Marco l'ha lasciata, se ne è andato di casa. ”Adesso io che faccio?” mi ha scritto. Le ho risposto che appena arriviamo a casa la richiamo. Ma immaginati Licia. Ha 37 anni e si ritrova sola».
«Beh, 37 anni... Non sessanta. Può darsi che con Marco tutto si sistemi, ma a quell'età può benissimo incontrare un'altra persona, avere un'altra storia».
«Come al solito semplifichi. Non è così, soprattutto per una donna. È complicato ritrovare quella complicità, quella intimità che hai con un uomo con cui stai da molti anni. Dai, non dire stronzate».
In macchina, al ritorno, non parlano. Li accompagna il rumore dei tergicristalli, lo scrosciare dalla pioggia, un sussurro in sottofondo della radio su una partita di calcio.
In casa, dopo un'ora. Lui seduto sul divano la vede entrare nella sala e spegne la tv.
«C'hai parlato, allora?».
«Sì, sì».
«E... Come sta?».
«Come vuoi che stia? Farfuglia, non sa che dire, non aveva immaginato nulla. Non sa come riorganizzare la sua vita».
«Ma Marco perché se ne è andato?».
«Perché è uno stronzo. Perché - dice - dopo dieci anni è una storia finita, senza ossigeno, senza energia...Le solite cose che si dicono, dai».
«Secondo me ha un'altra».
«Ma perché parli così a vanvera, sempre? Perché secondo te tutto è nero o bianco, perché se uno se ne va deve essere per forza perché c'è un'altra persona?».
«Facevo una ipotesi».
«Sì, vabbè, scusami. Sono nervosa, sono stanca, voglio andare a dormire».
Nel letto, dopo mezz'ora. Lui ormai è assopito, vicino al punto di non ritorno del sonno. Ma lei spezza il silenzio.
«Io credo che anche tra noi stia finendo tutto, ecco perché me la sto prendendo tanto per Licia. Quello che è successo a loro, sta succedendo anche a noi».
Lui sente il colpo, non capisce, barcolla, sente l'odore della tempesta che si avvicina.
«Ma io non ho nessuna intenzione di andarmene come ha fatto Marco, io sto bene con te».
Lei abbassa il tono della voce, tenta di attenuare l'aggressività, quasi dolce.
«Non è un problema di andarsene o restare, di lasciarsi o continuare, è qualcosa che non c'è più, uno stagno in cui siamo finiti e da cui non usciremo. Non può che peggiorare. Cerchiamo di essere sinceri, ormai stiamo insieme perché sarebbe più faticoso lasciarci. E perché in fondo siamo due brave persone. Ma non ci amiamo più».
Lui sente l'angoscia avvolgerlo, era cominciato tutto con i guai di Licia, si era quasi sentito fortunato, aveva pensato che per loro era differente, che il rapporto era lì, fermo, rassicurante, ed ecco apparire il mostro - prima piccolo, quasi impercettibile, poi sempre più grande - di lei che vuole lasciarlo. Si avvicina, prova a baciarla, lei glielo lascia fare. Lui inizia ad accarezzarla, quasi a verificarne la presenza, con forza sempre maggiore. Fanno l'amore, con un'intensità che non avevano provato negli ultimi mesi. Poi, però, dopo che lui viene, lei si alza, fa la doccia, torna a letto e dorme. Lui va in bagno, apre l'acqua del rubinetto e ancora non ha capito se era solo un finto allarme, se lei ha parlato con leggerezza, senza credere nel profondo a ciò che stava dicendo, o se invece qualcosa si è spezzato, che i prossimi mesi saranno fatti di separazioni, lacrime e cambiamenti.
Torna a letto e parla, senza sapere se lei stia ascoltando o stia dormendo.
«La verità è che abbiamo sbagliato a non avere un figlio. Abbiamo trentacinque anni, sarà pur vero che con i nostri stipendi fatichiamo e che potrebbe anche andare peggio, visto che da me stanno tagliando. Ma ha ragione mia madre: se aspetti il momento perfetto, un figlio non lo fai mai».
Poi si stringe la testa con il cuscino, quasi a coprire i rumori di fondo, quasi a non volere udire una risposta di lei che non arriva.
Il giorno dopo, verso le 20, lui torna a casa dal lavoro e trova un biglietto sulla tavola. «Dammi qualche settimana, non cercarmi. Stai tranquillo, sono nella casa al mare dei miei. C'è anche mia madre. Abbi cura di te».
Lui rilegge tre volte il biglietto, prende lo smartphone, sta per comporre il suo numero, poi decide che è una cosa sbagliata. Le invia un messaggio: «Prenditi il tempo che ti serve, ma per favore torna da me». Poi scende ed entra in macchina. Parcheggia davanti a una bella palazzina bianca, con i fiori gialli sui balconi. Suona il campanello: «Licia, sono io. Sei sola?». «Sì, sali».
Dopo mezz'ora sta scopando con Licia. Sono sudati. «Ma secondo te hanno capito che cosa stava succedendo tra noi due?». «No - risponde lui - non credo. Però sono sincero: io sto male sul serio, mi piace scopare con te, lo vedi, ma senza di lei non riesco a stare». «Lo so, è lo stesso per me con Marco. Ma secondo te torneranno?».
mercoledì 19 novembre 2014
venerdì 3 ottobre 2014
i corti che escono su move /16 l'uomo che andava ai funerali
copia e incolla da move magazine
di Mauro Evangelisti
L'uomo che andava ai funerali
La prima volta successe quando aveva dodici anni. Piero era in parrocchia a cercare don Franco, per pagargli la gita sulle Dolomiti di due settimane prima. Suo padre aveva ricevuto lo stipendio e gli aveva dato i soldi per saldare il conto. Solo che don Franco non c'era. Prima suonò al suo appartamento, vicino alla parrocchia, poi andò al campo da basket, ma c'era solo un pallone sgonfio e un ferro penzolante che quasi circondava il sole al tramonto. Provò nella sala del ping pong, con la banconota da cinquantamila lire stretta in mano. Nulla, era agosto e c'era il deserto, il quartiere si era svuotato, nessuno andava in parrocchia. Poi, entrò in chiesa e fu abbagliato: la bara di legno scuro e le maniglie dorate, tre corone di fiori, la maglia da ciclista adagiata vicino perché la bicicletta era la passione del defunto. Don Franco stava spiegando, dal pulpito, quanto era legato a lui, lo aveva visto bambino, accompagnato dai genitori per la prima comunione. E lo aveva sposato vent'anni dopo. Dalla prima fila la vedova iniziò un singhiozzo pudico. Con una mano stringeva il capo di un bambino. Poi quattro uomini, non a loro agio nei completi scuri, sollevarono la bara e la portarono fuori, lentamente. «Sono gli amici e un cugino» gli sussurrò a un orecchio una vecchia. Uno dei quattro, il più grosso, non riuscì ad arginare le lacrime, e dondolava, con la bara sulla spalla. È tutto magnifico, pensò Piero. Da quel giorno, ogni volta che c'era un funerale, correva in parrocchia. Gli piaceva assistere a quell'ultima rappresentazione di una vita finita, le lacrime, i ricordi, l'isteria, la rabbia, la sconfitta, la malinconia. Giovani che piangevano vecchi perché con loro se ne andava anche la loro giovinezza. Vecchi che piangevano vecchi perché insieme avevano costruito ricordi e capivano che presto sarebbe toccato a loro. Vecchi che piangevano giovani perché ora non c'era più un senso. Funerali affollati di gente sudata, funerali con la chiesa semivuota perché chi era morto solo. Don Franco consolava e celebrava, con parole nuove ma anche ripetute. Finché Piero assistette al funerale di don Franco. Piero, tra un funerale e l'altro, ebbe una vita normale, perfino brillante: si laureò in economia, cominciò a lavorare da un commercialista, si innamorò della figlia e la sposò. Vacanze, cinema, partite di calcio, la sera la tv, la nascita del bambino, la casa nuova. Solo che ogni tanto Piero si assentava, per un giorno, con scuse sempre differenti, e andava nelle città vicine. In cerca di funerali. Avesse continuato ad assistere ai funerali nella parrocchia vicino a casa, sarebbe stato notato, lo avrebbero bollato come uno strano. Allora lui leggeva le cronache locali dei quotidiani - insegnante muore in motorino, ex sindaco stroncato da un infarto, giovane promessa della pallavolo finisce fuori strada -, sceglieva le storie più interessanti e andava ai funerali. A volte si limitava ai necrologi e sceglieva funerali di morti comuni, anziani morti di vecchiaia. Magnifico, pensava. Ogni volta come la prima volta. Trovava nei funerali una intensa vibrazione sul significato delle vite, anche quelle più insignificanti. Finché un giorno iniziò ad annoiarsi. Aveva 45 anni, sua figlio andava già al liceo e quasi non parlava con lui, sua moglie era distante. Ma soprattutto i funerali cominciarono a deluderlo, gli sembravano tutti uguali. E si accorse che non aveva molto altro da fare. Lo studio da commercialista macinava denaro in automatico, lui trascorreva le giornate camminando senza meta e desideri. Quando il pallone amaro che gli era cresciuto in gola stava per scoppiare, decise di partire. Inventò un'altra scusa, salì su un aereo e si ritrovò a bere alcol come non aveva mai bevuto in un paese a dieci ore di volo da casa sua. Fece amicizia con un altro italiano, perfino più disperato di lui, che all'alcol aggiungeva la droga. Un giorno Piero assistette a un incidente stradale, l'auto dell'italiano finì fuori strada e bruciò. Successe rapidamente: allungò 1.000 dollari a un poliziotto che conosceva, gli chiese di consegnargli il passaporto intonso, caduto lontano, dell'amico carbonizzato. E con altri 500 dollari lo convinse a mettere, nello stesso punto, il suo passaporto. Piero e l'italiano si assomigliavano. Tornò in Italia con il passaporto dell'amico, mentre i giornali e i siti Internet italiani scrivevano che un italiano - Piero - era morto carbonizzato in un incidente nel paradiso delle vacanze. Si rase a zero, si lasciò crescere la barba, comprò degli occhiali da sole. Corse nella parrocchia, dove tutto era cominciato. C'era un funerale e sui manifesti c'era la sua foto. C'era sua moglie che piangeva, il figlio consolato dai compagni di classe, il sacerdote che dal pulpito diceva che Piero era sempre stato una brava persona, che veniva spesso in chiesa. In molti, tra il pubblico, facevano sì con la testa. Piero stava assistendo al suo funerale. È magnifico.
di Mauro Evangelisti
L'uomo che andava ai funerali
La prima volta successe quando aveva dodici anni. Piero era in parrocchia a cercare don Franco, per pagargli la gita sulle Dolomiti di due settimane prima. Suo padre aveva ricevuto lo stipendio e gli aveva dato i soldi per saldare il conto. Solo che don Franco non c'era. Prima suonò al suo appartamento, vicino alla parrocchia, poi andò al campo da basket, ma c'era solo un pallone sgonfio e un ferro penzolante che quasi circondava il sole al tramonto. Provò nella sala del ping pong, con la banconota da cinquantamila lire stretta in mano. Nulla, era agosto e c'era il deserto, il quartiere si era svuotato, nessuno andava in parrocchia. Poi, entrò in chiesa e fu abbagliato: la bara di legno scuro e le maniglie dorate, tre corone di fiori, la maglia da ciclista adagiata vicino perché la bicicletta era la passione del defunto. Don Franco stava spiegando, dal pulpito, quanto era legato a lui, lo aveva visto bambino, accompagnato dai genitori per la prima comunione. E lo aveva sposato vent'anni dopo. Dalla prima fila la vedova iniziò un singhiozzo pudico. Con una mano stringeva il capo di un bambino. Poi quattro uomini, non a loro agio nei completi scuri, sollevarono la bara e la portarono fuori, lentamente. «Sono gli amici e un cugino» gli sussurrò a un orecchio una vecchia. Uno dei quattro, il più grosso, non riuscì ad arginare le lacrime, e dondolava, con la bara sulla spalla. È tutto magnifico, pensò Piero. Da quel giorno, ogni volta che c'era un funerale, correva in parrocchia. Gli piaceva assistere a quell'ultima rappresentazione di una vita finita, le lacrime, i ricordi, l'isteria, la rabbia, la sconfitta, la malinconia. Giovani che piangevano vecchi perché con loro se ne andava anche la loro giovinezza. Vecchi che piangevano vecchi perché insieme avevano costruito ricordi e capivano che presto sarebbe toccato a loro. Vecchi che piangevano giovani perché ora non c'era più un senso. Funerali affollati di gente sudata, funerali con la chiesa semivuota perché chi era morto solo. Don Franco consolava e celebrava, con parole nuove ma anche ripetute. Finché Piero assistette al funerale di don Franco. Piero, tra un funerale e l'altro, ebbe una vita normale, perfino brillante: si laureò in economia, cominciò a lavorare da un commercialista, si innamorò della figlia e la sposò. Vacanze, cinema, partite di calcio, la sera la tv, la nascita del bambino, la casa nuova. Solo che ogni tanto Piero si assentava, per un giorno, con scuse sempre differenti, e andava nelle città vicine. In cerca di funerali. Avesse continuato ad assistere ai funerali nella parrocchia vicino a casa, sarebbe stato notato, lo avrebbero bollato come uno strano. Allora lui leggeva le cronache locali dei quotidiani - insegnante muore in motorino, ex sindaco stroncato da un infarto, giovane promessa della pallavolo finisce fuori strada -, sceglieva le storie più interessanti e andava ai funerali. A volte si limitava ai necrologi e sceglieva funerali di morti comuni, anziani morti di vecchiaia. Magnifico, pensava. Ogni volta come la prima volta. Trovava nei funerali una intensa vibrazione sul significato delle vite, anche quelle più insignificanti. Finché un giorno iniziò ad annoiarsi. Aveva 45 anni, sua figlio andava già al liceo e quasi non parlava con lui, sua moglie era distante. Ma soprattutto i funerali cominciarono a deluderlo, gli sembravano tutti uguali. E si accorse che non aveva molto altro da fare. Lo studio da commercialista macinava denaro in automatico, lui trascorreva le giornate camminando senza meta e desideri. Quando il pallone amaro che gli era cresciuto in gola stava per scoppiare, decise di partire. Inventò un'altra scusa, salì su un aereo e si ritrovò a bere alcol come non aveva mai bevuto in un paese a dieci ore di volo da casa sua. Fece amicizia con un altro italiano, perfino più disperato di lui, che all'alcol aggiungeva la droga. Un giorno Piero assistette a un incidente stradale, l'auto dell'italiano finì fuori strada e bruciò. Successe rapidamente: allungò 1.000 dollari a un poliziotto che conosceva, gli chiese di consegnargli il passaporto intonso, caduto lontano, dell'amico carbonizzato. E con altri 500 dollari lo convinse a mettere, nello stesso punto, il suo passaporto. Piero e l'italiano si assomigliavano. Tornò in Italia con il passaporto dell'amico, mentre i giornali e i siti Internet italiani scrivevano che un italiano - Piero - era morto carbonizzato in un incidente nel paradiso delle vacanze. Si rase a zero, si lasciò crescere la barba, comprò degli occhiali da sole. Corse nella parrocchia, dove tutto era cominciato. C'era un funerale e sui manifesti c'era la sua foto. C'era sua moglie che piangeva, il figlio consolato dai compagni di classe, il sacerdote che dal pulpito diceva che Piero era sempre stato una brava persona, che veniva spesso in chiesa. In molti, tra il pubblico, facevano sì con la testa. Piero stava assistendo al suo funerale. È magnifico.
sabato 20 settembre 2014
i corti che escono su move 15/ caffè nero
copia e incolla da movie magazine
di Mauro Evangelisti
Caffè Nero
Il treno partì in ritardo. Paolo restò solo a guardare il vecchio convoglio lento che se ne andava, portandosi via Anna. Si erano salutati senza calore, l'affetto non reclama emozioni. Paolo era stato cupo e scontroso per tutta la settimana che Anna aveva trascorso a casa sua, perché sentiva avvicinarsi il momento in cui non avrebbe potuto fare altro che annunciarle che la loro storia era finita. Rimandava, come quando non curi una ferita e sai che l'infezione può avanzare. Ma Paolo non aveva trovato il coraggio, come per la verità gli capitava spesso, e così erano andati a vedere film inutili, avevano dormito abbracciati, tentando di convincersi che quel contatto valesse più del raro sesso, avevano cenato in silenzio in ristoranti con le sedie trasparenti e i soffitti metallici. Avevano trascorso ore, con Paolo seduto sulla poltrona a leggere notizie innocue sull'iPad e Anna appoggiata sui gomiti, supina sul divano, a leggere un libro di Don DeLillo, ma soprattutto a chiedersi se qualcosa si stesse spezzando o era lei a inventare spettri. Ogni tanto Paolo spezzava il silenzio «mi sa che scendo a prendere un po' di gelato, che gusti vuoi?», «i soliti, vuoi che ti accompagno?», «no, faccio presto». E in ascensore mandava messaggi a Lara. Lei rispondeva con faccine e chiedeva «ma quando se ne va quella?». «A te cosa importa?» ribatteva lui, aggiungendo . Poi cancellava la conversazione e si sentiva in colpa perché con Anna trascorrevano insieme una decina di giorni al mese, a causa dei loro lavori in due differenti città, però lui concentrava la sua attenzione sui messaggi a Lara, con la testa che ondeggiava ma la parte bassa del corpo abbastanza sicura su cosa volesse davvero. Che «quella» se ne andasse e che finalmente potesse proseguire la storia con la ragazzina - 10 anni in meno di lui, 7 in meno di Anna - che aveva conosciuto in un locale durante un aperitivo con un amico. «Una storia a 250 chilometri di distanza logorerebbe chiunque. E dopo quattro anni Anna e io ci siamo detti tutto» ripeteva a se stesso senza avvertire la sottile contraddizione di quella frase. Il treno quella sera si era allontanato e Paolo si convinse che non avrebbe mai avuto il fegato di lasciare Anna.
Tre giorni dopo, e dopo quattro brevi telefonate per chiedere «sei arrivata?», «bene il viaggio?», «come stai?», con risposte che Paolo avrebbe potuto prevedere, tornò nel locale dell'aperitivo. Lara non c'era perché era in settimana bianca con i genitori. Paolo bevve più del solito. Quando tutto intorno a lui cominciò a girare, uscì dal locale e si avviò a casa a piedi. Ma l'effetto dell'alcol, invece di diminuire, con il freddo, una fastidiosa pioggia battente e le luci sbiadite delle auto, si moltiplicò. Paolo si sentì euforico, si fermò sotto una pensilina del bus, vicino a due senegalesi, e di impulso scrisse il messaggio: «Anna, mi dispiace, è finita. C'è un'altra». I due senegalesi lo videro tremare. «Stai bene amico?». «Ho appena mandato un messaggio con cui ho lasciato la mia fidanzata». «Con un messaggio? Sei proprio stronzo amico, scusa se te lo dico». «Ma no, ho fatto bene così» rispose sulla scia di euforia dell'alcol.
Quattro mesi dopo, a giugno, Paolo andò a Ibiza con Lara. Bastarono poche ore per sentirsi in trappola, un'illuminazione: per Lara tutto era un problema. Se in hotel non c'era la tv italiana, se in profumeria non avevano la crema preferita, se in discoteca c'era troppa gente o non abbastanza. E la colpa era sempre di Paolo. Nessuna notte di sesso poteva valere quel calvario. E capì che gli mancava Anna. Che lui aveva una connessione reale, indiscutibile con Anna. Con Lara non c'entrava nulla.
Tre settimane dopo era nella città in cui Anna viveva. Al telefono Anna non rispondeva, era scomparsa da Facebook e da Whatsapp. Paolo suonò a casa sua, non rispose nessuno. Girò a piedi tutto il centro, sperando di incontrarla. Andò nella sede dell'agenzia pubblicitaria dove lavorava ma una segretaria gli spiegò che c'erano stati dei tagli a causa della crisi e ad Anna non avevano rinnovato il contratto. «Mi ha detto che andava a vivere a Londra, da un'amica, che era stanca dell'Italia, che là avrebbe anche fatto la cameriera, se fosse servito. Ha cambiato numero e non va più su Facebook. Deve essere colpa del suo ex, uno stronzo, l'ha mollata dall'oggi al domani. Ma tu perché la cercavi?».
Ora Paolo cammina lungo Regent street, a Londra, sui marciapiedi affollati, sa che prima o poi incontrerà Anna. È una convinzione irrazionale. Conosce la sua passione per l'arte contemporanea e ha trascorso una giornata nella centrale elettrica trasformata nella Tate Modern Gallery. Inutilmente. È stanco, si addentra nelle vie di Soho, entra a bere un espresso da Caffè Nero. Fa la fila alla cassa e poi aspetta al bancone. Da dietro la macchina del caffè sbuca una ragazza con la tazzina fumante. È Anna.
di Mauro Evangelisti
Caffè Nero
Il treno partì in ritardo. Paolo restò solo a guardare il vecchio convoglio lento che se ne andava, portandosi via Anna. Si erano salutati senza calore, l'affetto non reclama emozioni. Paolo era stato cupo e scontroso per tutta la settimana che Anna aveva trascorso a casa sua, perché sentiva avvicinarsi il momento in cui non avrebbe potuto fare altro che annunciarle che la loro storia era finita. Rimandava, come quando non curi una ferita e sai che l'infezione può avanzare. Ma Paolo non aveva trovato il coraggio, come per la verità gli capitava spesso, e così erano andati a vedere film inutili, avevano dormito abbracciati, tentando di convincersi che quel contatto valesse più del raro sesso, avevano cenato in silenzio in ristoranti con le sedie trasparenti e i soffitti metallici. Avevano trascorso ore, con Paolo seduto sulla poltrona a leggere notizie innocue sull'iPad e Anna appoggiata sui gomiti, supina sul divano, a leggere un libro di Don DeLillo, ma soprattutto a chiedersi se qualcosa si stesse spezzando o era lei a inventare spettri. Ogni tanto Paolo spezzava il silenzio «mi sa che scendo a prendere un po' di gelato, che gusti vuoi?», «i soliti, vuoi che ti accompagno?», «no, faccio presto». E in ascensore mandava messaggi a Lara. Lei rispondeva con faccine e chiedeva «ma quando se ne va quella?». «A te cosa importa?» ribatteva lui, aggiungendo . Poi cancellava la conversazione e si sentiva in colpa perché con Anna trascorrevano insieme una decina di giorni al mese, a causa dei loro lavori in due differenti città, però lui concentrava la sua attenzione sui messaggi a Lara, con la testa che ondeggiava ma la parte bassa del corpo abbastanza sicura su cosa volesse davvero. Che «quella» se ne andasse e che finalmente potesse proseguire la storia con la ragazzina - 10 anni in meno di lui, 7 in meno di Anna - che aveva conosciuto in un locale durante un aperitivo con un amico. «Una storia a 250 chilometri di distanza logorerebbe chiunque. E dopo quattro anni Anna e io ci siamo detti tutto» ripeteva a se stesso senza avvertire la sottile contraddizione di quella frase. Il treno quella sera si era allontanato e Paolo si convinse che non avrebbe mai avuto il fegato di lasciare Anna.
Tre giorni dopo, e dopo quattro brevi telefonate per chiedere «sei arrivata?», «bene il viaggio?», «come stai?», con risposte che Paolo avrebbe potuto prevedere, tornò nel locale dell'aperitivo. Lara non c'era perché era in settimana bianca con i genitori. Paolo bevve più del solito. Quando tutto intorno a lui cominciò a girare, uscì dal locale e si avviò a casa a piedi. Ma l'effetto dell'alcol, invece di diminuire, con il freddo, una fastidiosa pioggia battente e le luci sbiadite delle auto, si moltiplicò. Paolo si sentì euforico, si fermò sotto una pensilina del bus, vicino a due senegalesi, e di impulso scrisse il messaggio: «Anna, mi dispiace, è finita. C'è un'altra». I due senegalesi lo videro tremare. «Stai bene amico?». «Ho appena mandato un messaggio con cui ho lasciato la mia fidanzata». «Con un messaggio? Sei proprio stronzo amico, scusa se te lo dico». «Ma no, ho fatto bene così» rispose sulla scia di euforia dell'alcol.
Quattro mesi dopo, a giugno, Paolo andò a Ibiza con Lara. Bastarono poche ore per sentirsi in trappola, un'illuminazione: per Lara tutto era un problema. Se in hotel non c'era la tv italiana, se in profumeria non avevano la crema preferita, se in discoteca c'era troppa gente o non abbastanza. E la colpa era sempre di Paolo. Nessuna notte di sesso poteva valere quel calvario. E capì che gli mancava Anna. Che lui aveva una connessione reale, indiscutibile con Anna. Con Lara non c'entrava nulla.
Tre settimane dopo era nella città in cui Anna viveva. Al telefono Anna non rispondeva, era scomparsa da Facebook e da Whatsapp. Paolo suonò a casa sua, non rispose nessuno. Girò a piedi tutto il centro, sperando di incontrarla. Andò nella sede dell'agenzia pubblicitaria dove lavorava ma una segretaria gli spiegò che c'erano stati dei tagli a causa della crisi e ad Anna non avevano rinnovato il contratto. «Mi ha detto che andava a vivere a Londra, da un'amica, che era stanca dell'Italia, che là avrebbe anche fatto la cameriera, se fosse servito. Ha cambiato numero e non va più su Facebook. Deve essere colpa del suo ex, uno stronzo, l'ha mollata dall'oggi al domani. Ma tu perché la cercavi?».
Ora Paolo cammina lungo Regent street, a Londra, sui marciapiedi affollati, sa che prima o poi incontrerà Anna. È una convinzione irrazionale. Conosce la sua passione per l'arte contemporanea e ha trascorso una giornata nella centrale elettrica trasformata nella Tate Modern Gallery. Inutilmente. È stanco, si addentra nelle vie di Soho, entra a bere un espresso da Caffè Nero. Fa la fila alla cassa e poi aspetta al bancone. Da dietro la macchina del caffè sbuca una ragazza con la tazzina fumante. È Anna.
domenica 24 agosto 2014
Il tablet comincia a settant'anni
di Mauro Evangelisti
Chi l’avrebbe mai detto che un giorno ti saresti trovato a ragionare con tua madre sul punto esatto in cui accarezzare il tablet per scattare il famigerato selfie. Che con il bluetooth, tecnologia vintage ma efficace, le avresti passato sulla tavoletta gli ultimi brani di Guetta: in fondo i ritmi dei tormentoni estivi piacciono anche a lei che pure ha superato i 70 e, quando in tv non c’è più nulla da vedere, alza a palla il volume del tablet per trasformare la casa in montagna in una Ibiza in miniatura.
(...) continua a leggere qui
http://www.ilmessaggero.it/ROMA/SENZARETE/tablet_anziani_tecnologia_roma_citt_amp_agrave/notizie/858588.shtml
Chi l’avrebbe mai detto che un giorno ti saresti trovato a ragionare con tua madre sul punto esatto in cui accarezzare il tablet per scattare il famigerato selfie. Che con il bluetooth, tecnologia vintage ma efficace, le avresti passato sulla tavoletta gli ultimi brani di Guetta: in fondo i ritmi dei tormentoni estivi piacciono anche a lei che pure ha superato i 70 e, quando in tv non c’è più nulla da vedere, alza a palla il volume del tablet per trasformare la casa in montagna in una Ibiza in miniatura.
(...) continua a leggere qui
http://www.ilmessaggero.it/ROMA/SENZARETE/tablet_anziani_tecnologia_roma_citt_amp_agrave/notizie/858588.shtml
Il mistero del ragazzo che voleva 100 figli (e ne ha già 15)
un Johnny Nuovo al cubo...
di Mauro Evangelisti
La strana storia del ventiquattrenne che ha 16 figli e progettava di farne nascere molti altri, almeno dieci all’anno; addirittura voleva conservare il suo seme per quando sarebbe stato più vecchio, per ritrovarsi con centinaia di discendenti. Sembra la trama di un film di fantascienza, è il cuore di un’indagine dell’Interpol, che mette al centro però anche un reato molto grave come il traffico di essere umani.
(...)
continua a leggere qui http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/ESTERI/thailandia_madri_surrogate_figli_giapponese_interpol/notizie/867559.shtml
di Mauro Evangelisti
La strana storia del ventiquattrenne che ha 16 figli e progettava di farne nascere molti altri, almeno dieci all’anno; addirittura voleva conservare il suo seme per quando sarebbe stato più vecchio, per ritrovarsi con centinaia di discendenti. Sembra la trama di un film di fantascienza, è il cuore di un’indagine dell’Interpol, che mette al centro però anche un reato molto grave come il traffico di essere umani.
(...)
continua a leggere qui http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/ESTERI/thailandia_madri_surrogate_figli_giapponese_interpol/notizie/867559.shtml
mercoledì 30 luglio 2014
i corti che escono su move 14/ il reato di solutidine
copia e incolla da move magazine
di Mauro Evangelisti
Il reato di solitudine
L'allarme è scattato attorno alle 20. Con la squadra sono corso nella zona est della città, nei cunicoli. Lo abbiamo trovato in un angolo, appoggiato al muro, che fissava il vuoto. Sorrideva e quando ci ha visto si è spaventato. Gli abbiamo intimato "fermo" e abbiamo acceso le telecamere. La sua immagine è stata mandata in rete, vista, studiata, commentata, derisa, bollata da poche parole di comprensione tipo «poverino, forse era impazzito» a cui hanno risposto i più «vergogna, non giustificatelo, sono persone come queste che potrebbero mandare in rovina il nostro sistema».
Io l'ho avvicinato e ho pronunciato la solita formula, che per fortuna ormai siamo costretti a usare sempre meno: «Cittadino, la prendo in custodia con l'accusa di isolamento. Lei ha infranto il principio cardine della nostra costituzione che combatte e vieta la solitudine, perché chi si isola, chi non resta connesso alla società, ha qualcosa da nascondere. Si dichiara colpevole?». Lui mi ha guardato negli occhi e mi ha sorriso: «Certo, ho sbagliato. Però sono stati i 36 minuti più belli della mia vita».
Sì, trentasei minuti avevamo impiegato a rintracciarlo, dopo che aveva estratto il trasmettitore sottocutaneo dalla pelle della mano, aveva strappato le piccole antenne che consentono la costante connessione con le microcamere che ognuno di noi porta sul corpo. Aveva anche gettato in un fiume la tavoletta, quella che ci consente di dialogare e vedere gli altri costantemente. Ormai faccio questo lavoro da 10 anni. La legge che ha vietato la solitudine è di trent'anni fa. All'inizio coloro che la violavano erano numerosi, ma con il tempo sono diminuiti, la popolazione si è resa conto che rinunciare alla privacy e alla solitudine, essere connessi senza soluzione di continuità, è un formidabile strumento per assicurare la pace e la concordia, contrastare il crimine e la violenza. «La nostra sarà una società più giusta e felice - spiegò trent'anni fa il Presidente - perché chi non ha nulla da nascondere non ha bisogno di nascondersi. Perché se siamo tutti fratelli, allora è giusto essere sempre connessi ai nostri fratelli. Rinunciare alla solitudine significa essere felici».
Sono tornato a casa, ho fatto la doccia e mi sono seduto a tavola con mia moglie e mio figlio. Sugli schermi alle pareti vedevamo famiglie di amici che stavano cenando come noi. E loro vedevano noi. Qualcuno, nelle sale operative decentrate ci stava guardando, di sicuro la rete dei computer centrale analizzava e memorizzava tutti i nostri movimenti. «Ti ho visto oggi papà - mi ha detto mio figlio - hai preso quel maledetto delinquente colpevole di solitudine. Ma perché ci sono persone così?». Io gli ho sorriso e in pochi secondi sono arrivati dalla rete almeno 500mila "i like" alla frase di mio figlio.
E un giorno ho incontrato Eva. Era anche lei nelle squadre anti solitudine, ma agiva in un'altra zona. Ci siamo incrociati in caserma e non abbiamo detto nulla, è stato solo uno scambio di sguardi, impercettibile anche alle telecamere che scrutano anomali sentimenti nella popolazione. A pranzo ci siamo seduti vicini, nella mensa, fingendo che fosse tutto casuale. «Oggi sarà una bella giornata» le ho detto. «Forse - mi ha sorriso - ma per me è già bella». Non ha aggiunto altro, ma per me significava «sono contenta di averti conosciuto, sono innamorata di te». Nel corso delle giornate successive abbiamo continuato ad incontrarci, sempre fingendo che fosse per caso, sempre fingendo di scambiarci parole di circostanza. Così potevamo eludere i controlli, evitare che mia moglie o suo marito divenissero sospettosi, ma anche che la sala operativa centrale intervenisse di fronte al pericolo di sentimenti anomali e potenzialmente nocivi.
Una sera siamo fuggiti: come nessuno conoscevamo le falle del sistema e siamo riusciti a disconnetterci dalla rete con un discreto vantaggio sulle squadre che sarebbero venute a cercarci. Stavamo correndo su un prato, tenendoci per mano, quando lei si è fermata e mi ha baciato. Subito dopo mi ha puntato al volto un immobilizzatore e ha urlato:«Ti dichiaro in arresto». Era una trappola, mi avevano messo alla prova e l'avevo fallita. Quello che non sapevano che io avevo fin dall'inizio sospettato di Eva, avevo anch'io un immobilizzatore. Sono stato più rapido di lei, l'ho colpita, l'ho lasciata sul prato, si sarebbe risvegliata solo dopo 24 ore. Poi ho corso, sfruttando un corridoio di assenza della rete dei controlli, fino ai cunicoli. Solo. Mi sono steso e con le mani sotto la testa e ho fissato il soffitto. Ho iniziato a pensare, ero solo. Finalmente.
Ecco cos'è la solitudine. Forse presto mi troveranno, verranno a prendermi, ma sto trascorrendo i momenti migliori della mia vita.
di Mauro Evangelisti
Il reato di solitudine
L'allarme è scattato attorno alle 20. Con la squadra sono corso nella zona est della città, nei cunicoli. Lo abbiamo trovato in un angolo, appoggiato al muro, che fissava il vuoto. Sorrideva e quando ci ha visto si è spaventato. Gli abbiamo intimato "fermo" e abbiamo acceso le telecamere. La sua immagine è stata mandata in rete, vista, studiata, commentata, derisa, bollata da poche parole di comprensione tipo «poverino, forse era impazzito» a cui hanno risposto i più «vergogna, non giustificatelo, sono persone come queste che potrebbero mandare in rovina il nostro sistema».
Io l'ho avvicinato e ho pronunciato la solita formula, che per fortuna ormai siamo costretti a usare sempre meno: «Cittadino, la prendo in custodia con l'accusa di isolamento. Lei ha infranto il principio cardine della nostra costituzione che combatte e vieta la solitudine, perché chi si isola, chi non resta connesso alla società, ha qualcosa da nascondere. Si dichiara colpevole?». Lui mi ha guardato negli occhi e mi ha sorriso: «Certo, ho sbagliato. Però sono stati i 36 minuti più belli della mia vita».
Sì, trentasei minuti avevamo impiegato a rintracciarlo, dopo che aveva estratto il trasmettitore sottocutaneo dalla pelle della mano, aveva strappato le piccole antenne che consentono la costante connessione con le microcamere che ognuno di noi porta sul corpo. Aveva anche gettato in un fiume la tavoletta, quella che ci consente di dialogare e vedere gli altri costantemente. Ormai faccio questo lavoro da 10 anni. La legge che ha vietato la solitudine è di trent'anni fa. All'inizio coloro che la violavano erano numerosi, ma con il tempo sono diminuiti, la popolazione si è resa conto che rinunciare alla privacy e alla solitudine, essere connessi senza soluzione di continuità, è un formidabile strumento per assicurare la pace e la concordia, contrastare il crimine e la violenza. «La nostra sarà una società più giusta e felice - spiegò trent'anni fa il Presidente - perché chi non ha nulla da nascondere non ha bisogno di nascondersi. Perché se siamo tutti fratelli, allora è giusto essere sempre connessi ai nostri fratelli. Rinunciare alla solitudine significa essere felici».
Sono tornato a casa, ho fatto la doccia e mi sono seduto a tavola con mia moglie e mio figlio. Sugli schermi alle pareti vedevamo famiglie di amici che stavano cenando come noi. E loro vedevano noi. Qualcuno, nelle sale operative decentrate ci stava guardando, di sicuro la rete dei computer centrale analizzava e memorizzava tutti i nostri movimenti. «Ti ho visto oggi papà - mi ha detto mio figlio - hai preso quel maledetto delinquente colpevole di solitudine. Ma perché ci sono persone così?». Io gli ho sorriso e in pochi secondi sono arrivati dalla rete almeno 500mila "i like" alla frase di mio figlio.
E un giorno ho incontrato Eva. Era anche lei nelle squadre anti solitudine, ma agiva in un'altra zona. Ci siamo incrociati in caserma e non abbiamo detto nulla, è stato solo uno scambio di sguardi, impercettibile anche alle telecamere che scrutano anomali sentimenti nella popolazione. A pranzo ci siamo seduti vicini, nella mensa, fingendo che fosse tutto casuale. «Oggi sarà una bella giornata» le ho detto. «Forse - mi ha sorriso - ma per me è già bella». Non ha aggiunto altro, ma per me significava «sono contenta di averti conosciuto, sono innamorata di te». Nel corso delle giornate successive abbiamo continuato ad incontrarci, sempre fingendo che fosse per caso, sempre fingendo di scambiarci parole di circostanza. Così potevamo eludere i controlli, evitare che mia moglie o suo marito divenissero sospettosi, ma anche che la sala operativa centrale intervenisse di fronte al pericolo di sentimenti anomali e potenzialmente nocivi.
Una sera siamo fuggiti: come nessuno conoscevamo le falle del sistema e siamo riusciti a disconnetterci dalla rete con un discreto vantaggio sulle squadre che sarebbero venute a cercarci. Stavamo correndo su un prato, tenendoci per mano, quando lei si è fermata e mi ha baciato. Subito dopo mi ha puntato al volto un immobilizzatore e ha urlato:«Ti dichiaro in arresto». Era una trappola, mi avevano messo alla prova e l'avevo fallita. Quello che non sapevano che io avevo fin dall'inizio sospettato di Eva, avevo anch'io un immobilizzatore. Sono stato più rapido di lei, l'ho colpita, l'ho lasciata sul prato, si sarebbe risvegliata solo dopo 24 ore. Poi ho corso, sfruttando un corridoio di assenza della rete dei controlli, fino ai cunicoli. Solo. Mi sono steso e con le mani sotto la testa e ho fissato il soffitto. Ho iniziato a pensare, ero solo. Finalmente.
Ecco cos'è la solitudine. Forse presto mi troveranno, verranno a prendermi, ma sto trascorrendo i momenti migliori della mia vita.
giovedì 24 luglio 2014
i corti che escono su move 13/ non ti amo
copia e incolla da move magazine
di Mauro Evangelisti
Non ti amo Mi alzo, lascio dieci euro sul tavolo, mi allontano, sento Sandra «ma dove vai, almeno salutami». Cammino in una città che non conosco, è stato un errore venire fin qui per convincerla a tornare. «Non ti amo, forse non ti ho mai amato, come faccio a tornare?» mi ha detto. Ho insistito, a lungo, ho costruito ragionamenti pericolanti. Ora salgo sul treno, appoggio la testa al finestrino gelido, guardo fuori. Poi un boato, volo per una decina di metri, sento un dolore acuto alla spalla, vengo sbattuto a destra e a sinistra del vagone. Urla. Silenzio. E di nuovo urla. Fuori trovo altri zombie, più in là un vagone sta andando a fuoco, io non sento più il braccio, forse è rotto. Urla, «aiuto, aiuto». Corro, entro tra i rottami del vagone che brucia, forse cerco la morte perché sono già morto. Vedo due bambini incastrati nei sedili, li afferro, tiro, li porto via, li lascio sul prato. Quattro ore dopo sono su un letto di un ospedale, sento il profumo dello shampoo alla mela di una giornalista che quasi mi colpisce con un microfono. Mi ha spiegato che una telecamera da lontano mi ha filmato mentre entravo nel vagone in fiamme. Il video è già sul web, lo hanno visto in tutto il mondo. «Come è andata?» Ora mi chiede. Io non posso dirle che cercavo solo di morire, e allora mento, spiego che lo avrebbe fatto chiunque. Arriva Sandra, stringe la borsa come fa quando è nervosa, mi abbraccia, non si accorge della telecamera. Prima un medico mi ha chiesto se volevo avvertire qualcuno. Ho solo mio padre, ma è stato appena operato al cuore. Così ho telefonato a Sandra. La giornalista però non perde l'occasione: «Lei è la fidanzata?». Sandra esita, ma capisce che non può spiegare in diretta che mi ha lasciato tre mesi fa, che se ne è andata all'alba, senza dirmi nulla. Così risponde: «Sì, sono la fidanzata». Quando restiamo soli si giustifica: «Ho mentito, ma cos'altro potevo fare?». Quella bugia in diretta però resta attaccata alla pelle, come la sabbia dopo una giornata in spiaggia. Ci intervistano, finiamo in programmi in cui non vorremmo andare ma a cui dice sì mio padre quando risponde al telefono. Lui non sa che con Sandra tutto è finito. Ma la verità potrebbe agitarlo e prosegue la farsa. «Ora basta però» mi dice Sandra, dopo l'ennesima intervista. Però un giorno chiama a casa il produttore de «La vita è un sogno». Mio padre, che pure un tempo era un serioso intellettuale di sinistra, da quando trascorre le giornate sul letto adora quel programma. Dice sì per noi, poi ci implora di andare. Accettiamo, «ma è l'ultima volta» lo rimprovera Sandra. Nuova recita in diretta, la giornalista si commuove quando rivede il video del salvataggio dei bambini. «Sandra, sa che è innamorata di un eroe?» chiede, asciugandosi una lacrima. «Certo, l'ho sempre saputo». Applausi. «Qual è il vostro sogno? Il viaggio che avete sempre desiderato?». Restiamo in silenzio. Esco dall'imbarazzo e invento: «Bali». Non so neanche dove sia. Sandra approva, «sì Bali». «Sorpresa! Il nostro sponsor vi regala un magnifico viaggio ovunque vogliate. Volete Bali? Sceglieremo il resort più bello». Ora stiamo passeggiando sulla spiaggia di Semyniak. Ho tentato di spiegare alla produzione che non volevamo regali, ma loro hanno insistito e si stavano insospettendo. Sarebbe venuto fuori che Sandra e io non stiamo più insieme e avremmo rischiato di ritrovarci inseguiti da ancora più giornalisti di prima. D'accordo con Sandra, abbiamo deciso di fare l'ultima recita, ora siamo mano nella mano, la telecamera dietro di noi, naturalmente. Beviamo due Singapore Sling, ci gira la testa. Finalmente nella suite del resort restiamo soli. «Non dormire sul divano stasera» mi dice lei, che è più malinconica del solito. Facciamo l'amore, dura poco e non è molto bello, però dormiamo abbracciati. «Ormai ho 32 anni ed è come se il destino mi dicesse che devo restare con te. Sposiamoci, anche se non ti amo» mi sussurra. Sono trascorsi trent'anni e siamo ancora insieme. Siamo alla festa di laurea della nostra unica figlia e tutti ci guardano con ammirazione, per la solidità del nostro matrimonio. Sandra non mi ha mai amato, non c'è stata più passione tra noi. Negli anni l'ho tradita, ma non mi sono mai innamorato di altre donne. Forse anche lei lo ha fatto, ma con discrezione. La recita, iniziata per caso, non è mai finita, eppure siamo sereni, perché ci siamo voluti bene. Forse se non ci fossimo più incontrati, da quel giorno in cui sono salito sul treno, saremmo stati più infelici. Sandra mi abbraccia, capisce i miei pensieri. «Non è stata una storia d'amore» le dico. «No, ma va bene così». Mi alzo, lascio dieci euro sul tavolo, mi allontano, sento Sandra «ma dove vai, almeno salutami». Cammino in una città che non conosco, è stato un errore venire fin qui per convincerla a tornare. «Non ti amo, forse non ti ho mai amato, come faccio a tornare?» mi ha detto. Ho insistito, a lungo, ho costruito ragionamenti pericolanti. Ora salgo sul treno, appoggio la testa al finestrino gelido, guardo fuori. Poi un boato, volo per una decina di metri, sento un dolore acuto alla spalla, vengo sbattuto a destra e a sinistra del vagone. Urla. Silenzio. E di nuovo urla. Fuori trovo altri zombie, più in là un vagone sta andando a fuoco, io non sento più il braccio, forse è rotto. Urla, «aiuto, aiuto». Corro, entro tra i rottami del vagone che brucia, forse cerco la morte perché sono già morto. Vedo due bambini incastrati nei sedili, li afferro, tiro, li porto via, li lascio sul prato. Quattro ore dopo sono su un letto di un ospedale, sento il profumo dello shampoo alla mela di una giornalista che quasi mi colpisce con un microfono. Mi ha spiegato che una telecamera da lontano mi ha filmato mentre entravo nel vagone in fiamme. Il video è già sul web, lo hanno visto in tutto il mondo. «Come è andata?» Ora mi chiede. Io non posso dirle che cercavo solo di morire, e allora mento, spiego che lo avrebbe fatto chiunque. Arriva Sandra, stringe la borsa come fa quando è nervosa, mi abbraccia, non si accorge della telecamera. Prima un medico mi ha chiesto se volevo avvertire qualcuno. Ho solo mio padre, ma è stato appena operato al cuore. Così ho telefonato a Sandra. La giornalista però non perde l'occasione: «Lei è la fidanzata?». Sandra esita, ma capisce che non può spiegare in diretta che mi ha lasciato tre mesi fa, che se ne è andata all'alba, senza dirmi nulla. Così risponde: «Sì, sono la fidanzata». Quando restiamo soli si giustifica: «Ho mentito, ma cos'altro potevo fare?». Quella bugia in diretta però resta attaccata alla pelle, come la sabbia dopo una giornata in spiaggia. Ci intervistano, finiamo in programmi in cui non vorremmo andare ma a cui dice sì mio padre quando risponde al telefono. Lui non sa che con Sandra tutto è finito. Ma la verità potrebbe agitarlo e prosegue la farsa. «Ora basta però» mi dice Sandra, dopo l'ennesima intervista. Però un giorno chiama a casa il produttore de «La vita è un sogno». Mio padre, che pure un tempo era un serioso intellettuale di sinistra, da quando trascorre le giornate sul letto adora quel programma. Dice sì per noi, poi ci implora di andare. Accettiamo, «ma è l'ultima volta» lo rimprovera Sandra. Nuova recita in diretta, la giornalista si commuove quando rivede il video del salvataggio dei bambini. «Sandra, sa che è innamorata di un eroe?» chiede, asciugandosi una lacrima. «Certo, l'ho sempre saputo». Applausi. «Qual è il vostro sogno? Il viaggio che avete sempre desiderato?». Restiamo in silenzio. Esco dall'imbarazzo e invento: «Bali». Non so neanche dove sia. Sandra approva, «sì Bali». «Sorpresa! Il nostro sponsor vi regala un magnifico viaggio ovunque vogliate. Volete Bali? Sceglieremo il resort più bello». Ora stiamo passeggiando sulla spiaggia di Semyniak. Ho tentato di spiegare alla produzione che non volevamo regali, ma loro hanno insistito e si stavano insospettendo. Sarebbe venuto fuori che Sandra e io non stiamo più insieme e avremmo rischiato di ritrovarci inseguiti da ancora più giornalisti di prima. D'accordo con Sandra, abbiamo deciso di fare l'ultima recita, ora siamo mano nella mano, la telecamera dietro di noi, naturalmente. Beviamo due Singapore Sling, ci gira la testa. Finalmente nella suite del resort restiamo soli. «Non dormire sul divano stasera» mi dice lei, che è più malinconica del solito. Facciamo l'amore, dura poco e non è molto bello, però dormiamo abbracciati. «Ormai ho 32 anni ed è come se il destino mi dicesse che devo restare con te. Sposiamoci, anche se non ti amo» mi sussurra. Sono trascorsi trent'anni e siamo ancora insieme. Siamo alla festa di laurea della nostra unica figlia e tutti ci guardano con ammirazione, per la solidità del nostro matrimonio. Sandra non mi ha mai amato, non c'è stata più passione tra noi. Negli anni l'ho tradita, ma non mi sono mai innamorato di altre donne. Forse anche lei lo ha fatto, ma con discrezione. La recita, iniziata per caso, non è mai finita, eppure siamo sereni, perché ci siamo voluti bene. Forse se non ci fossimo più incontrati, da quel giorno in cui sono salito sul treno, saremmo stati più infelici. Sandra mi abbraccia, capisce i miei pensieri. «Non è stata una storia d'amore» le dico. «No, ma va bene così»
di Mauro Evangelisti
Non ti amo Mi alzo, lascio dieci euro sul tavolo, mi allontano, sento Sandra «ma dove vai, almeno salutami». Cammino in una città che non conosco, è stato un errore venire fin qui per convincerla a tornare. «Non ti amo, forse non ti ho mai amato, come faccio a tornare?» mi ha detto. Ho insistito, a lungo, ho costruito ragionamenti pericolanti. Ora salgo sul treno, appoggio la testa al finestrino gelido, guardo fuori. Poi un boato, volo per una decina di metri, sento un dolore acuto alla spalla, vengo sbattuto a destra e a sinistra del vagone. Urla. Silenzio. E di nuovo urla. Fuori trovo altri zombie, più in là un vagone sta andando a fuoco, io non sento più il braccio, forse è rotto. Urla, «aiuto, aiuto». Corro, entro tra i rottami del vagone che brucia, forse cerco la morte perché sono già morto. Vedo due bambini incastrati nei sedili, li afferro, tiro, li porto via, li lascio sul prato. Quattro ore dopo sono su un letto di un ospedale, sento il profumo dello shampoo alla mela di una giornalista che quasi mi colpisce con un microfono. Mi ha spiegato che una telecamera da lontano mi ha filmato mentre entravo nel vagone in fiamme. Il video è già sul web, lo hanno visto in tutto il mondo. «Come è andata?» Ora mi chiede. Io non posso dirle che cercavo solo di morire, e allora mento, spiego che lo avrebbe fatto chiunque. Arriva Sandra, stringe la borsa come fa quando è nervosa, mi abbraccia, non si accorge della telecamera. Prima un medico mi ha chiesto se volevo avvertire qualcuno. Ho solo mio padre, ma è stato appena operato al cuore. Così ho telefonato a Sandra. La giornalista però non perde l'occasione: «Lei è la fidanzata?». Sandra esita, ma capisce che non può spiegare in diretta che mi ha lasciato tre mesi fa, che se ne è andata all'alba, senza dirmi nulla. Così risponde: «Sì, sono la fidanzata». Quando restiamo soli si giustifica: «Ho mentito, ma cos'altro potevo fare?». Quella bugia in diretta però resta attaccata alla pelle, come la sabbia dopo una giornata in spiaggia. Ci intervistano, finiamo in programmi in cui non vorremmo andare ma a cui dice sì mio padre quando risponde al telefono. Lui non sa che con Sandra tutto è finito. Ma la verità potrebbe agitarlo e prosegue la farsa. «Ora basta però» mi dice Sandra, dopo l'ennesima intervista. Però un giorno chiama a casa il produttore de «La vita è un sogno». Mio padre, che pure un tempo era un serioso intellettuale di sinistra, da quando trascorre le giornate sul letto adora quel programma. Dice sì per noi, poi ci implora di andare. Accettiamo, «ma è l'ultima volta» lo rimprovera Sandra. Nuova recita in diretta, la giornalista si commuove quando rivede il video del salvataggio dei bambini. «Sandra, sa che è innamorata di un eroe?» chiede, asciugandosi una lacrima. «Certo, l'ho sempre saputo». Applausi. «Qual è il vostro sogno? Il viaggio che avete sempre desiderato?». Restiamo in silenzio. Esco dall'imbarazzo e invento: «Bali». Non so neanche dove sia. Sandra approva, «sì Bali». «Sorpresa! Il nostro sponsor vi regala un magnifico viaggio ovunque vogliate. Volete Bali? Sceglieremo il resort più bello». Ora stiamo passeggiando sulla spiaggia di Semyniak. Ho tentato di spiegare alla produzione che non volevamo regali, ma loro hanno insistito e si stavano insospettendo. Sarebbe venuto fuori che Sandra e io non stiamo più insieme e avremmo rischiato di ritrovarci inseguiti da ancora più giornalisti di prima. D'accordo con Sandra, abbiamo deciso di fare l'ultima recita, ora siamo mano nella mano, la telecamera dietro di noi, naturalmente. Beviamo due Singapore Sling, ci gira la testa. Finalmente nella suite del resort restiamo soli. «Non dormire sul divano stasera» mi dice lei, che è più malinconica del solito. Facciamo l'amore, dura poco e non è molto bello, però dormiamo abbracciati. «Ormai ho 32 anni ed è come se il destino mi dicesse che devo restare con te. Sposiamoci, anche se non ti amo» mi sussurra. Sono trascorsi trent'anni e siamo ancora insieme. Siamo alla festa di laurea della nostra unica figlia e tutti ci guardano con ammirazione, per la solidità del nostro matrimonio. Sandra non mi ha mai amato, non c'è stata più passione tra noi. Negli anni l'ho tradita, ma non mi sono mai innamorato di altre donne. Forse anche lei lo ha fatto, ma con discrezione. La recita, iniziata per caso, non è mai finita, eppure siamo sereni, perché ci siamo voluti bene. Forse se non ci fossimo più incontrati, da quel giorno in cui sono salito sul treno, saremmo stati più infelici. Sandra mi abbraccia, capisce i miei pensieri. «Non è stata una storia d'amore» le dico. «No, ma va bene così». Mi alzo, lascio dieci euro sul tavolo, mi allontano, sento Sandra «ma dove vai, almeno salutami». Cammino in una città che non conosco, è stato un errore venire fin qui per convincerla a tornare. «Non ti amo, forse non ti ho mai amato, come faccio a tornare?» mi ha detto. Ho insistito, a lungo, ho costruito ragionamenti pericolanti. Ora salgo sul treno, appoggio la testa al finestrino gelido, guardo fuori. Poi un boato, volo per una decina di metri, sento un dolore acuto alla spalla, vengo sbattuto a destra e a sinistra del vagone. Urla. Silenzio. E di nuovo urla. Fuori trovo altri zombie, più in là un vagone sta andando a fuoco, io non sento più il braccio, forse è rotto. Urla, «aiuto, aiuto». Corro, entro tra i rottami del vagone che brucia, forse cerco la morte perché sono già morto. Vedo due bambini incastrati nei sedili, li afferro, tiro, li porto via, li lascio sul prato. Quattro ore dopo sono su un letto di un ospedale, sento il profumo dello shampoo alla mela di una giornalista che quasi mi colpisce con un microfono. Mi ha spiegato che una telecamera da lontano mi ha filmato mentre entravo nel vagone in fiamme. Il video è già sul web, lo hanno visto in tutto il mondo. «Come è andata?» Ora mi chiede. Io non posso dirle che cercavo solo di morire, e allora mento, spiego che lo avrebbe fatto chiunque. Arriva Sandra, stringe la borsa come fa quando è nervosa, mi abbraccia, non si accorge della telecamera. Prima un medico mi ha chiesto se volevo avvertire qualcuno. Ho solo mio padre, ma è stato appena operato al cuore. Così ho telefonato a Sandra. La giornalista però non perde l'occasione: «Lei è la fidanzata?». Sandra esita, ma capisce che non può spiegare in diretta che mi ha lasciato tre mesi fa, che se ne è andata all'alba, senza dirmi nulla. Così risponde: «Sì, sono la fidanzata». Quando restiamo soli si giustifica: «Ho mentito, ma cos'altro potevo fare?». Quella bugia in diretta però resta attaccata alla pelle, come la sabbia dopo una giornata in spiaggia. Ci intervistano, finiamo in programmi in cui non vorremmo andare ma a cui dice sì mio padre quando risponde al telefono. Lui non sa che con Sandra tutto è finito. Ma la verità potrebbe agitarlo e prosegue la farsa. «Ora basta però» mi dice Sandra, dopo l'ennesima intervista. Però un giorno chiama a casa il produttore de «La vita è un sogno». Mio padre, che pure un tempo era un serioso intellettuale di sinistra, da quando trascorre le giornate sul letto adora quel programma. Dice sì per noi, poi ci implora di andare. Accettiamo, «ma è l'ultima volta» lo rimprovera Sandra. Nuova recita in diretta, la giornalista si commuove quando rivede il video del salvataggio dei bambini. «Sandra, sa che è innamorata di un eroe?» chiede, asciugandosi una lacrima. «Certo, l'ho sempre saputo». Applausi. «Qual è il vostro sogno? Il viaggio che avete sempre desiderato?». Restiamo in silenzio. Esco dall'imbarazzo e invento: «Bali». Non so neanche dove sia. Sandra approva, «sì Bali». «Sorpresa! Il nostro sponsor vi regala un magnifico viaggio ovunque vogliate. Volete Bali? Sceglieremo il resort più bello». Ora stiamo passeggiando sulla spiaggia di Semyniak. Ho tentato di spiegare alla produzione che non volevamo regali, ma loro hanno insistito e si stavano insospettendo. Sarebbe venuto fuori che Sandra e io non stiamo più insieme e avremmo rischiato di ritrovarci inseguiti da ancora più giornalisti di prima. D'accordo con Sandra, abbiamo deciso di fare l'ultima recita, ora siamo mano nella mano, la telecamera dietro di noi, naturalmente. Beviamo due Singapore Sling, ci gira la testa. Finalmente nella suite del resort restiamo soli. «Non dormire sul divano stasera» mi dice lei, che è più malinconica del solito. Facciamo l'amore, dura poco e non è molto bello, però dormiamo abbracciati. «Ormai ho 32 anni ed è come se il destino mi dicesse che devo restare con te. Sposiamoci, anche se non ti amo» mi sussurra. Sono trascorsi trent'anni e siamo ancora insieme. Siamo alla festa di laurea della nostra unica figlia e tutti ci guardano con ammirazione, per la solidità del nostro matrimonio. Sandra non mi ha mai amato, non c'è stata più passione tra noi. Negli anni l'ho tradita, ma non mi sono mai innamorato di altre donne. Forse anche lei lo ha fatto, ma con discrezione. La recita, iniziata per caso, non è mai finita, eppure siamo sereni, perché ci siamo voluti bene. Forse se non ci fossimo più incontrati, da quel giorno in cui sono salito sul treno, saremmo stati più infelici. Sandra mi abbraccia, capisce i miei pensieri. «Non è stata una storia d'amore» le dico. «No, ma va bene così»
venerdì 4 luglio 2014
i corti che escono su move 12/ 1.232.009 volte
copia e incolla da move magazine
di Mauro Evangelisti
1.232.009 volte
Alberto esce di casa in fretta, ma quando sente la porta chiudersi alle sue spalle si ricorda che ha lasciato le chiavi dentro. Merda. «Francesca mi prenderà in giro per una settimana». Francesca abita sullo stesso pianerottolo. Ha 35 anni, come lui. Divorziata, come lui. Da quando si è trasferita nel palazzo è nata una goliardica complicità. All'inizio Alberto sperava di portarla a letto, poi gradatamente tutto si è trasformato in un'amicizia quasi da compagni di scuola. La chiama: «Francesca, ho dimenticato le chiavi dentro casa. Tu hai una copia delle mie, no?». Francesca al cellulare ride. «Tranquillo, stasera ti apro io, le ho nel cassetto in cucina». «Basta che non ti fermi in giro a scopare, perché io alle 21 devo rientrare» scherza lui, divertito dal linguaggio volgare che ormai li accomuna. «Beh, puoi sempre chiedere a Tommy di aprirti». Tommy è il bastardino di Francesca che trascorre le giornate da solo nell'appartamento. Alle 21.15, dopo una giornata faticosa in ufficio, Alberto torna a casa e suona alla porta di Francesca. Non risponde. Prende il cellulare e la chiama. È staccato. Aspetta, riprova. Ancora staccato. Le manda un sms scherzoso: «Con chi cazzo stai scopando?». Trascorre il tempo. Alberto è rassegnato. Poi si ricorda che dalla finestra del pianerottolo può raggiungere il balcone di Francesca. Lo ha già fatto, quando anche lei dimenticò le chiavi. Si arrampica, salta, si ritrova nel balcone, solleva la serranda ed entra. Vede Tommy a terra, ricoperto di sangue. Vede Francesca sul letto, corre ad aiutarla, sposta un coltello che è vicino a lei, il collo è squarciato. È morta. Bussano alla porta, «carabinieri» urlano. Lo trovano vicino al letto, il corpo di Francesca, il coltello che ha toccato, il sangue. All'alba esce dalla caserma in manette, decine di persone gridano «assassino». Il capitano dei carabinieri e il magistrato non hanno creduto a una sola parola del suo racconto. Hanno raccolto il cellulare di Francesca ritrovato a terra. Lo hanno acceso e hanno letto l'ultimo sms di Alberto: «Con chi cazzo stai scopando?». Una vicina lo ha visto entrare dal balcone. Alberto si ritrova in cella, in isolamento, e pensa che tutto sia finito. Eppure la sua vita stava andando bene. E poi ecco il buio improvviso. Se solo non si fosse dimenticato le chiavi. Non mangia più. Una notte pensa a Tommy, al cane che Francesca aveva trovato per strada. Il giorno dopo chiede di cambiare avvocato, nomina Loretta, una vecchia compagna di università. Le spiega: «Stanotte mi è tornato in mente: Francesca si divertiva a riprendere ciò che faceva in casa Tommy, il cane, quando lei non c'era. Aveva installato un software nel pc e una webcam registrava tutto. Forse è stato ripreso l'assassino». Dopo una settimana Alberto è libero. Sono state trovate le immagini, si vede Francesca che rientra a casa, ma dietro qualcuno spinge la porta, entra un tipo grasso e alto, l'opposto di Alberto. La scaraventa a terra, prova a violentarla, lei resiste, Tommy abbaia, lui la sgozza. E poi uccide il cane. Il video arriva anche ai giornalisti. Così non ci saranno più dubbi: Alberto è innocente. Per alcuni giorni nessuno ne dubita, anzi in molti gli stringono la mano. Però sente ancora una patina di diffidenza intorno a sé. Su Facebook, su Twitter, sui blog cominciano a circolare strane teorie: che il padre di Alberto era massone, che qualcuno lo ha voluto proteggere, che il video è una montatura, basta guardare le ombre e si capisce che è un falso. A centinaia, a migliaia, condividono questa teoria, perfino un parlamentare, c'è un'interrogazione al Senato. Alberto sente che la patina di diffidenza sta aumentando, in ufficio lo guardano in modo strano, le ragazze non gli sorridono più. È tutto così evidentemente falso, un video dimostra che non è l'assassino, ma Alberto si sente impotente di fronte all'onda, su Twitter compare anche l'hashtag #ilfigliodelmassonedevepagare. Alberto parte, va a New York, conosce una ragazza in un bar, la porta in albergo. Fanno l'amore, ma al mattino, quando si risveglia, non la trova più. Vede che ha usato il suo iPad, nella schermata c'è Google, lei per curiosità ha cercato il nome del ragazzo con cui aveva trascorso la notte, sono uscite decine di notizie su un omicidio ed è fuggita. Alberto torna in Italia, ma quella patina di diffidenza ora è soffocante. Prende una corda e s'impicca. Il giorno dopo un giornalista coscienzioso scrive un bell'articolo sull'ingiustizia subita da Alberto. Un blogger anonimo, invece, posta una ricostruzione velenosa, con la teoria del video contraffatto, delle trame oscure: «Vedete, si è ucciso, dunque era colpevole». L'articolo del giornalista coscienzioso viene condiviso 345 volte su Facebook e Twitter. Quello del blogger anonimo 1.232.009
di Mauro Evangelisti
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Alberto esce di casa in fretta, ma quando sente la porta chiudersi alle sue spalle si ricorda che ha lasciato le chiavi dentro. Merda. «Francesca mi prenderà in giro per una settimana». Francesca abita sullo stesso pianerottolo. Ha 35 anni, come lui. Divorziata, come lui. Da quando si è trasferita nel palazzo è nata una goliardica complicità. All'inizio Alberto sperava di portarla a letto, poi gradatamente tutto si è trasformato in un'amicizia quasi da compagni di scuola. La chiama: «Francesca, ho dimenticato le chiavi dentro casa. Tu hai una copia delle mie, no?». Francesca al cellulare ride. «Tranquillo, stasera ti apro io, le ho nel cassetto in cucina». «Basta che non ti fermi in giro a scopare, perché io alle 21 devo rientrare» scherza lui, divertito dal linguaggio volgare che ormai li accomuna. «Beh, puoi sempre chiedere a Tommy di aprirti». Tommy è il bastardino di Francesca che trascorre le giornate da solo nell'appartamento. Alle 21.15, dopo una giornata faticosa in ufficio, Alberto torna a casa e suona alla porta di Francesca. Non risponde. Prende il cellulare e la chiama. È staccato. Aspetta, riprova. Ancora staccato. Le manda un sms scherzoso: «Con chi cazzo stai scopando?». Trascorre il tempo. Alberto è rassegnato. Poi si ricorda che dalla finestra del pianerottolo può raggiungere il balcone di Francesca. Lo ha già fatto, quando anche lei dimenticò le chiavi. Si arrampica, salta, si ritrova nel balcone, solleva la serranda ed entra. Vede Tommy a terra, ricoperto di sangue. Vede Francesca sul letto, corre ad aiutarla, sposta un coltello che è vicino a lei, il collo è squarciato. È morta. Bussano alla porta, «carabinieri» urlano. Lo trovano vicino al letto, il corpo di Francesca, il coltello che ha toccato, il sangue. All'alba esce dalla caserma in manette, decine di persone gridano «assassino». Il capitano dei carabinieri e il magistrato non hanno creduto a una sola parola del suo racconto. Hanno raccolto il cellulare di Francesca ritrovato a terra. Lo hanno acceso e hanno letto l'ultimo sms di Alberto: «Con chi cazzo stai scopando?». Una vicina lo ha visto entrare dal balcone. Alberto si ritrova in cella, in isolamento, e pensa che tutto sia finito. Eppure la sua vita stava andando bene. E poi ecco il buio improvviso. Se solo non si fosse dimenticato le chiavi. Non mangia più. Una notte pensa a Tommy, al cane che Francesca aveva trovato per strada. Il giorno dopo chiede di cambiare avvocato, nomina Loretta, una vecchia compagna di università. Le spiega: «Stanotte mi è tornato in mente: Francesca si divertiva a riprendere ciò che faceva in casa Tommy, il cane, quando lei non c'era. Aveva installato un software nel pc e una webcam registrava tutto. Forse è stato ripreso l'assassino». Dopo una settimana Alberto è libero. Sono state trovate le immagini, si vede Francesca che rientra a casa, ma dietro qualcuno spinge la porta, entra un tipo grasso e alto, l'opposto di Alberto. La scaraventa a terra, prova a violentarla, lei resiste, Tommy abbaia, lui la sgozza. E poi uccide il cane. Il video arriva anche ai giornalisti. Così non ci saranno più dubbi: Alberto è innocente. Per alcuni giorni nessuno ne dubita, anzi in molti gli stringono la mano. Però sente ancora una patina di diffidenza intorno a sé. Su Facebook, su Twitter, sui blog cominciano a circolare strane teorie: che il padre di Alberto era massone, che qualcuno lo ha voluto proteggere, che il video è una montatura, basta guardare le ombre e si capisce che è un falso. A centinaia, a migliaia, condividono questa teoria, perfino un parlamentare, c'è un'interrogazione al Senato. Alberto sente che la patina di diffidenza sta aumentando, in ufficio lo guardano in modo strano, le ragazze non gli sorridono più. È tutto così evidentemente falso, un video dimostra che non è l'assassino, ma Alberto si sente impotente di fronte all'onda, su Twitter compare anche l'hashtag #ilfigliodelmassonedevepagare. Alberto parte, va a New York, conosce una ragazza in un bar, la porta in albergo. Fanno l'amore, ma al mattino, quando si risveglia, non la trova più. Vede che ha usato il suo iPad, nella schermata c'è Google, lei per curiosità ha cercato il nome del ragazzo con cui aveva trascorso la notte, sono uscite decine di notizie su un omicidio ed è fuggita. Alberto torna in Italia, ma quella patina di diffidenza ora è soffocante. Prende una corda e s'impicca. Il giorno dopo un giornalista coscienzioso scrive un bell'articolo sull'ingiustizia subita da Alberto. Un blogger anonimo, invece, posta una ricostruzione velenosa, con la teoria del video contraffatto, delle trame oscure: «Vedete, si è ucciso, dunque era colpevole». L'articolo del giornalista coscienzioso viene condiviso 345 volte su Facebook e Twitter. Quello del blogger anonimo 1.232.009
giovedì 26 giugno 2014
i corti che escono su move 11/ l'agenzia di viaggi
copia e incolla da move magazine
di Mauro Evangelisti
L'agenzia di viaggi Anche oggi l'aria condizionata nelle due ali dell'agenzia di viaggi che si affacciano sul corso è troppo alta. «Un disastro, non si riesce a regolarla», si scusa una ragazza bruna, gli occhiali troppo sottili per il cerchio del viso. Di fronte è seduto un uomo dai capelli bianchi, radi ma ben pettinati. Ogni tanto si passa la mano sulla testa, per essere certo che non vadano fuori posto. Ha un completo chiaro di lino che ha vissuto tempi migliori, una cravatta azzurra su una camicia bianca e risponde: «Non si preoccupi. Comunque, come le dicevo l'altro giorno i tre resort che mi ha proposto, a Hurgada, sembrano belli. È difficile scegliere. Sa, a mia moglie piace il mare, ma vorrebbe anche spendere un po' di tempo in piscina». «Guardi, per la piscina tutti i nostri clienti mi hanno parlato molto bene di questo» e indica un depliant che riproduce foto di una coppia di giovani circondati da tavoli con frutta e bevande e sullo sfondo una sterminata distesa di acqua blu cobalto. «Ma non è più adatto a ragazzi? Mia moglie e io non abbiamo nulla contro i giovani, per carità, ma non vorremmo trovarci fuori posto». «No, stia tranquillo, è uno stupendo resort con gestione italiana, anche la cucina vedrà è fantastica, si mangia davvero bene». «Allora vada per questo, penso che a mia moglie piacerà. Senta, sono preoccupato per il volo? Sa, questi charter sono sempre una scommessa. E se optassimo per un volo di linea?». «No, mi dia retta, con il charter spende meno. E questa è una compagnia molto affidabile. Non ha mai avuto problemi. Si fidi». «D'accordo, in fondo in tanti anni con la vostra agenzia non ho mai avuto delusioni. A parte quella volta in Guatemala...». «Eh, lo so, me l'ha raccontato mio padre, ma non potevamo prevedere dieci giorni di acquazzoni». «Lo so, lo so» sorride. Dalla scrivania a fianco l'altra impiegata lancia uno sguardo di commiserazione alla collega, come dire «certo che questo cliente è proprio noioso». «Senta, vuole bere qualcosa intanto che le preparo tutti i documenti? I suoi dati li ho. Se vuole posso offrirle un tè freddo o del caffè». «Ma no, non si disturbi. Semmai passo dopo a prendere i documenti. Prima pago, ecco la mia carta di credito». Mentre aspettano che la macchinetta della carta di credito stampi la ricevuta, l'uomo spiega: «Ora vado in libreria a comprare una guida dell'Egitto. Lo so, mi prenderà in giro, la Lonely Planet per andare in un resort è eccessiva. Ma a noi piace viaggiare informati, ci conosce». «Vi conosco bene, avete fatto viaggi stupendi. Ormai avete visto tutto il mondo». Ridono, poi il signore saluta e se ne va. L'altra impiegata allarga le braccia: «È proprio pignolo, questo. Una brava persona per carità, però che palle». «Tu sei nuova, altrimenti lo conosceresti. Da quando papà aprì l'agenzia, lui e la moglie sono stati i nostri migliori clienti. Guarda, ti faccio vedere una cosa, è uno schema che mi ero preparata tempo fa. Questa è la lista di tutti i viaggi che hanno fatto dal 1980 a oggi. Vedi? Perù, Australia, Tahiti, Messico, Marocco, Cambogia... Ogni anno un viaggio differente, quando erano giovani cose più avventurose, poi con il tempo più tranquille. Papà mi ha spiegato che sono sempre stati viaggiatori attenti, studiano le destinazioni, gli itinerari. In gamba, non superficiali». «Ma scusa, tu schedi tutti i clienti?». «No, c'è una ragione se l'ho fatto. Cinque anni fa mi arriva la segnalazione della compagnia di viaggi a cui c'eravamo appoggiati. Mi spiegano: i tuoi clienti non si sono visti. Chiamo il signore a casa, lui non mi risponde. Lascio perdere, avranno avuto dei problemi, penso. Cinque mesi dopo, lo stesso. Lui compra il viaggio, organizza tutto in modo meticoloso, come sempre. Paga e ringrazia, non mi dice nulla della volta precedente, io non faccio domande. Ma poi non vanno. Quando gli chiedo se ci sono stati dei problemi, lui cambia discorso. Ogni quattro o cinque mesi organizza e acquista un nuovo viaggio, paga puntuale, però non vanno mai. Io non capisco, ma non ho più il coraggio di fargli domande. Fino a quando, per caso, dall'agenzia lo vede uscire mia cognata, che fa l'infermiera in oncologia. Mi spiega: sai quello che è appena andato via? Cinque anni fa ha perso la moglie, era ricoverata da me, poverino, erano così innamorati. E allora capisco tutto: lui continua a organizzare meticolosamente i viaggi, li acquista per sé e per la moglie, come se nulla fosse mutato. Io non so cosa fare, mi sembra di rubargli i soldi. Ma alla fine penso che sia giusto assecondarlo. E cerco le migliori offerte, le migliori strutture, come se partissero davvero. Il resort a Hurgada è davvero il migliore, la compagnia aerea sul serio è affidabile. Faccio tutto come se la moglie fosse ancora viva e partissero davvero. Forse sbaglio. Forse no»
di Mauro Evangelisti
L'agenzia di viaggi Anche oggi l'aria condizionata nelle due ali dell'agenzia di viaggi che si affacciano sul corso è troppo alta. «Un disastro, non si riesce a regolarla», si scusa una ragazza bruna, gli occhiali troppo sottili per il cerchio del viso. Di fronte è seduto un uomo dai capelli bianchi, radi ma ben pettinati. Ogni tanto si passa la mano sulla testa, per essere certo che non vadano fuori posto. Ha un completo chiaro di lino che ha vissuto tempi migliori, una cravatta azzurra su una camicia bianca e risponde: «Non si preoccupi. Comunque, come le dicevo l'altro giorno i tre resort che mi ha proposto, a Hurgada, sembrano belli. È difficile scegliere. Sa, a mia moglie piace il mare, ma vorrebbe anche spendere un po' di tempo in piscina». «Guardi, per la piscina tutti i nostri clienti mi hanno parlato molto bene di questo» e indica un depliant che riproduce foto di una coppia di giovani circondati da tavoli con frutta e bevande e sullo sfondo una sterminata distesa di acqua blu cobalto. «Ma non è più adatto a ragazzi? Mia moglie e io non abbiamo nulla contro i giovani, per carità, ma non vorremmo trovarci fuori posto». «No, stia tranquillo, è uno stupendo resort con gestione italiana, anche la cucina vedrà è fantastica, si mangia davvero bene». «Allora vada per questo, penso che a mia moglie piacerà. Senta, sono preoccupato per il volo? Sa, questi charter sono sempre una scommessa. E se optassimo per un volo di linea?». «No, mi dia retta, con il charter spende meno. E questa è una compagnia molto affidabile. Non ha mai avuto problemi. Si fidi». «D'accordo, in fondo in tanti anni con la vostra agenzia non ho mai avuto delusioni. A parte quella volta in Guatemala...». «Eh, lo so, me l'ha raccontato mio padre, ma non potevamo prevedere dieci giorni di acquazzoni». «Lo so, lo so» sorride. Dalla scrivania a fianco l'altra impiegata lancia uno sguardo di commiserazione alla collega, come dire «certo che questo cliente è proprio noioso». «Senta, vuole bere qualcosa intanto che le preparo tutti i documenti? I suoi dati li ho. Se vuole posso offrirle un tè freddo o del caffè». «Ma no, non si disturbi. Semmai passo dopo a prendere i documenti. Prima pago, ecco la mia carta di credito». Mentre aspettano che la macchinetta della carta di credito stampi la ricevuta, l'uomo spiega: «Ora vado in libreria a comprare una guida dell'Egitto. Lo so, mi prenderà in giro, la Lonely Planet per andare in un resort è eccessiva. Ma a noi piace viaggiare informati, ci conosce». «Vi conosco bene, avete fatto viaggi stupendi. Ormai avete visto tutto il mondo». Ridono, poi il signore saluta e se ne va. L'altra impiegata allarga le braccia: «È proprio pignolo, questo. Una brava persona per carità, però che palle». «Tu sei nuova, altrimenti lo conosceresti. Da quando papà aprì l'agenzia, lui e la moglie sono stati i nostri migliori clienti. Guarda, ti faccio vedere una cosa, è uno schema che mi ero preparata tempo fa. Questa è la lista di tutti i viaggi che hanno fatto dal 1980 a oggi. Vedi? Perù, Australia, Tahiti, Messico, Marocco, Cambogia... Ogni anno un viaggio differente, quando erano giovani cose più avventurose, poi con il tempo più tranquille. Papà mi ha spiegato che sono sempre stati viaggiatori attenti, studiano le destinazioni, gli itinerari. In gamba, non superficiali». «Ma scusa, tu schedi tutti i clienti?». «No, c'è una ragione se l'ho fatto. Cinque anni fa mi arriva la segnalazione della compagnia di viaggi a cui c'eravamo appoggiati. Mi spiegano: i tuoi clienti non si sono visti. Chiamo il signore a casa, lui non mi risponde. Lascio perdere, avranno avuto dei problemi, penso. Cinque mesi dopo, lo stesso. Lui compra il viaggio, organizza tutto in modo meticoloso, come sempre. Paga e ringrazia, non mi dice nulla della volta precedente, io non faccio domande. Ma poi non vanno. Quando gli chiedo se ci sono stati dei problemi, lui cambia discorso. Ogni quattro o cinque mesi organizza e acquista un nuovo viaggio, paga puntuale, però non vanno mai. Io non capisco, ma non ho più il coraggio di fargli domande. Fino a quando, per caso, dall'agenzia lo vede uscire mia cognata, che fa l'infermiera in oncologia. Mi spiega: sai quello che è appena andato via? Cinque anni fa ha perso la moglie, era ricoverata da me, poverino, erano così innamorati. E allora capisco tutto: lui continua a organizzare meticolosamente i viaggi, li acquista per sé e per la moglie, come se nulla fosse mutato. Io non so cosa fare, mi sembra di rubargli i soldi. Ma alla fine penso che sia giusto assecondarlo. E cerco le migliori offerte, le migliori strutture, come se partissero davvero. Il resort a Hurgada è davvero il migliore, la compagnia aerea sul serio è affidabile. Faccio tutto come se la moglie fosse ancora viva e partissero davvero. Forse sbaglio. Forse no»
sabato 14 giugno 2014
quelli che quando parti ti chiedono la tazza di starbucks
Viaggi e vacanze, voi che presto salirete su un aereo a Ciampino o Fiumicino prima dovete scansare alcune categorie di persone.
di Mauro Evangelisti
La prima: quelli che ovunque siate diretti vogliono imporvi una lista di luoghi che dovete «assolutamente» visitare. Devi «assolutamente» vedere quell’antica casa di legno (sì, 10 ore di volo per una casa di legno), quel fantastico museo di antiche porcellane bulgare (non è esattamente quello che avevi in mente).
Quando tornerete e vi metteranno sotto esame, reagiranno malissimo se risponderete «non ci sono stato»; vi guarderanno schifati, «ma come sei andato a Ibiza e non ha visitato il museo di antiche porcellane bulgare?».
continua a leggere qui
di Mauro Evangelisti
La prima: quelli che ovunque siate diretti vogliono imporvi una lista di luoghi che dovete «assolutamente» visitare. Devi «assolutamente» vedere quell’antica casa di legno (sì, 10 ore di volo per una casa di legno), quel fantastico museo di antiche porcellane bulgare (non è esattamente quello che avevi in mente).
Quando tornerete e vi metteranno sotto esame, reagiranno malissimo se risponderete «non ci sono stato»; vi guarderanno schifati, «ma come sei andato a Ibiza e non ha visitato il museo di antiche porcellane bulgare?».
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