sabato 7 giugno 2014

i corti che escono su move 10/ il giorno della partita dei mondiali

copia e incolla da move magazine


di Mauro Evangelisti

Il giorno della partita dei mondiali
La stanza dell'ispettore della questura che li ha convocati è troppo piccola. E fa caldo. Manetti suda, mentre la signora di colore, con un vistoso abito rosso, ha gli occhi umidi. L'ispettore si tira indietro i capelli e riprende a parlare: «Allora, signor Manetti, è la terza denuncia che ci ha presentato per i rumori causati dai vostri vicini. Vedo che qui si gioca a pallone, nel cortile e perfino in balcone, anche quando lei deve dormire. Conferma signor Manetti?». «Confermo. Confermo. È da due anni che va avanti questa storia, io lavoro, faccio il commercialista, devo riposare ogni tanto, no?». «Lei signora come si giustifica? Sa, non so da voi, ma in Italia ci sono regole da rispettare». La signora tira su con il naso, forza se stessa per restare calma: «Lo so e io ho sempre rispettato la legge, lavoro, faccio la cuoca, può chiedere al mio titolare». «Cucina senegalese?» la interrompe l'ispettore. «Ma no, cucina italiana - quasi piange - comunque mio figlio ha dieci anni, a volte gioca, come i bambini di quella età. Però faremo più attenzione. E sto cercando un'altra casa, così il signor Manetti sarà contento». Manetti, rimasto in silenzio e infastidito dai modi dell'ispettore, ribatte: «Guardi, signora che non deve fare un favore a me, ovunque andrà ad abitare ci saranno regole da rispettare».
Il giorno dopo Manetti torna a casa dall'ufficio, con la gamba che come al solito gli fa male, e siede sul balcone a fumare il sigaro. Suo figlio, che abita a Londra, da una settimana non lo chiama. «Telefona più spesso alla madre, ma è lo stesso» riflette. Da dieci anni è divorziato e vive solo. Ormai è tardi per rifarsi una vita. Sul balcone vicino, quello dove abitano mamma e figlio senegalesi, c'è il bambino, Rudy, che lo guarda come in segno di sfida. Poi comincia a muoversi, come in una danza, calcia l'aria, mima i gesti e i movimenti di un calciatore. Senza pallone, in silenzio. Una sottile forma di protesta contro l'intolleranza di Manetti. «Va bene, ho capito, sei molto simpatico» lo applaude sarcastico Manetti. Rudy si ferma, lo fissa e gli risponde: «Non dovevi fare piangere mia mamma. Potevi dare una sberla a me, ma non far chiamare mia mamma dalla polizia». Manetti sente il colpo e chissà perché lo sguardo di Rudy si confonde con quello del figlio, quando era bambino, e di quello da grande, da impiegato nella city di Londra che non chiama quasi mai il padre. «Se proprio lo vuoi sapere - risponde Manetti - quando mio figlio era piccolo aveva delle regole e le rispettava». «Però non viene mai a trovarla». Ma che ne sai tu, nero del cazzo, vorrebbe rispondere Manetti. Ma poi si trattiene e si limita a dire: «Va bene, va bene, comunque tua madre ha detto che cambierete casa, non litigheremo più» e rientra in casa. Accende la tv nuova da 42 pollici che ha appena acquistato perché tra un po' cominciano i mondiali di calcio.
Oggi gioca l'Italia e Manetti sta rientrando a casa. Vuole prepararsi un piatto di spaghetti e stare tranquillo, vada come vada la partita. Ormai gli sono rimasti pochi, pochissimi piaceri nella vita. Mentre fa le scale, sente però in lontananza la voce dei vicini. «O no, ci risiamo» pensa. «Dai Rudy, vieni in casa. Domani la faccio aggiustare la tv». «Domani è tardi, l'Italia gioca adesso». Lo trova seduto sul pianerottolo, con la testa tra le gambe. Manetti lo guarda e infierisce: «Ma che ti interessa a te dell'Italia? Mica gioca il Senegal». Rudy, senza guardarlo, risponde: «Guarda che io sono nato in Italia e in Senegal non ci sono mai stato, se proprio lo vuoi sapere». Manetti entra nel suo appartamento, accende la tv, mette sul fuoco l'acqua a bollire e poi si vede, per caso, allo specchio. E osserva un signore di sessantacinque anni che si appresta a guardare la partita. Un bambino, la fuori, invece non la può vedere. «Merda». Esce, nemmeno rivolge la parola a Rudy e suona alla porta della vicina. Lei apre, lo squadra e sospira: «Che ho combinato stavolta? Guardi che Rudy ora lo faccio rientrare e comunque non sta facendo rumore». «Senta, lei sostiene di essere una brava cuoca, no? Facciamo un accordo. Non mi va di cucinare. Se lei prepara gli spaghetti, Rudy e io ci guardiamo la partita sul mio televisore nuovo». Lei è diffidente, Manetti le sorride per dire "per una volta facciamo una tregua". Quindici minuti dopo la vicina senegalese è nella cucina di Manetti a preparare penne spaghetti al ragù, Manetti si sente un re sul divano ed è contento perché ha già capito che Rudy di calcio ne capisce e quindi avrà qualcuno con cui commentare seriamente la partita. E dalla cucina sta arrivando un buon profumo. Poi Rudy si alza in piedi, c'è l'inno dell'Italia, lui lo canta. Stanno cominciando i mondiali.

sabato 24 maggio 2014

i corti che escono su move 9/ il recuperatore

copia e incolla da move magazine


di Mauro Evangelisti


Il recuperatore


Questa volta è stato molto complicato. Era una persona molto infelice, non aveva motivi per tornare indietro. «Sono solo, a chi serve che io ritorni?». Io gli ho spiegato semplicemente che era stata sua madre a chiedermi di intervenire. Dunque qualcuno che sentisse la sua mancanza c'era. Alla fine l'ho preso per mano e si è risvegliato. Sua madre mi ha ringraziato, ha pianto. Ha pagato il mio compenso, né troppo alto, né troppo basso, ma necessario perché in qualche modo devo pur mangiare. Però per tutta questa sofferenza altrui che sono costretto a condividere dovrei farmi pagare milioni. Forse non c'è prezzo. Eppure, dovrebbe essere semplice, dovrebbero essere contenti che qualcuno vada a salvarli, a riportarli indietro: invece no, sono pochissimi i casi in cui ho trovato la gioia cristallina di chi voleva tornare. Quasi sempre incontro tristezza e cumuli di frustrazioni, rancori, insoddisfazioni, disperazione che fanno dire a chi vado a riprendere: mi dispiace, non torno. Per questo io premetto sempre molto ai parenti che non c'è garanzia di risultato. A volte non riesco ad attivare il contatto, a volte sono loro a non volere tornare. Certo, può essere che sia una decisione non logica, non razionale, offuscata della situazione in cui si trovano. Spero almeno che sia solo questo.
Il recuperatore, così mi hanno chiamato. Ufficialmente non esisto, nessuno mi conosce salvo un piccolo gruppo di medici che fanno parte di una società segreta sparsa in tutto il mondo e che lavorano nei reparti di rianimazione. Sono loro a chiamarmi, a decidere quando il mio intervento potrebbe essere utile, perché le condizioni fisiche del paziente sono tali da fare pensare che il mio arrivo abbia un senso. Sì, perché io questo faccio: aiuto la persona a uscire dal coma, tenendola per mano stabilisco un contatto, finisco anch'io nel territorio di vita-non vita in cui si trova, le parlo, le spiego quale sentiero percorrere per tornare, per risvegliarsi. A volte ci riesco, a volte non li convinco e sono costretto a tornare da solo. In quei casi, quando è il paziente che decide di restare, ai familiari mento: dico che non sono riuscito a stabilire il contatto, sarebbe troppo doloroso spiegare loro che la persona che amano non li ama abbastanza da tornare vivere.
La settimana scorsa sono stato a Vienna. Mi aveva chiamato uno dei medici della società segreta per un caso semplice, un bambino investito da una macchina. Ho preso per mano il bimbo, che ha sette anni, e il contatto è stato rapido, anch'io ho pensato che sarebbe stato un lavoro poco impegnativo, con i bambini è più facile, hanno un desiderio molto forte di vivere perché non hanno accumulato dolore e delusioni. L'ho trovato in mezzo a un prato (almeno quella è la raffigurazione dell'ambiente che la mia mente ha creato). «Tu chi sei?» mi ha chiesto. «Sono il recuperatore, sono venuto a riprenderti. Sei in coma, sei quasi morto, ma puoi facilmente tornare in vita. Lo vedi quel sentiero laggiù? Percorrilo e tornerai dai tuoi genitori. Vedrai, è semplice». «No, io voglio restare qui. Qui sto bene» mi ha risposto, sorprendendomi. «Perché non vuoi tornare?» ho insistito. «Qui non mi fa del male nessuno». «E chi ti fa del male quando sei in vita?». Lui ha pianto, non è stato necessario che rispondesse, perché quando si crea il contatto, in questo territorio misterioso del coma, io percepisco le sensazioni più forti della persona, è come se esplodessero e finissero dentro di me. E ho capito: non voleva tornare, perché in vita il padre lo picchiava, in modo molto violento, un sadico. È stato così doloroso provare ciò che provava lui, che ho pianto anch'io. «Ti prometto che non succederà più». Il bambino alla fine mi ha seguito, quattro mesi dopo il padre è stato arrestato, la polizia, su segnalazione del medico a cui avevo raccontato tutto, lo ha sorvegliato e, quando ha ripreso a picchiare il figlio, lo ha fermato.
Sono andato a recuperare Gioia, una ragazza di 20 anni, aveva avuto un incidente in macchina, con il fidanzato. Appena le ho spiegato che l'avrei riportata fuori dal coma, ha riso, felice, «non vedo l'ora di riabbracciare Giovanni, il mio ragazzo». Mentre percorrevamo il sentiero, non ho potuto dirle che Giovanni nell'incidente era morto, non mi avrebbe mai seguita. Per fortuna quando si riprendono dimenticano il nostro colloquio.
Ecco, dopo tutto questo dolore, sono io ora a non voler tornare. L'altro giorno il padre del bambino è uscito di prigione, non so come abbia fatto, ma ha capito che c'entravo con il suo arresto. È venuto a cercarmi e mi ha sparato. Ora sono io in coma, una parte di me mi sta indicando il sentiero. Ma c'è un'altra parte, invece, che vuole restare, lontano da quei cumuli di sofferenza. Ancora non ho deciso davvero cosa farò.

domenica 18 maggio 2014

i corti che escono su move 8/ l'esplosione e il silenzio

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di Mauro Evangelisti

L'esplosione e il silenzio

Gianni pensava ai genitori. Al fatto che non si parlassero più da trentacinque anni, non si erano più incontrati dal giorno del divorzio. Né la madre, né il padre gli avevano mai spiegato perché si erano lasciati due mesi dopo la sua nascita. Da bambino era normale non parlarne, era una prassi che alla domenica Gianni andasse con il padre che lo aspettava sotto casa. E anche quando era cresciuto e loro si erano trasformati in due anziani, l'argomento non esisteva. Gianni aveva udito le parole «tuo padre» pronunciate dalla madre non più di tre o quattro volte nella sua vita. Pensava a tutto questo, Gianni, mentre il giudice saliva in macchina, lui diceva meccanicamente «tutto a posto, dottore?», la bomba esplodeva e mezz'ora dopo tutti i siti titolavano «strage di mafia, muore un magistrato e tre uomini della scorta». Gianni era uno degli uomini della scorta.
Sono trascorsi cinque giorni dall'esplosione. Gianni è una foto adagiata sopra una delle quattro bare, in una chiesa sudata e riempita dalle autorità, con la gente fuori che aspetta solo il momento per applaudire quando escono le bare, fischiare quando escono le autorità. I funzionari del governo hanno assegnato a Maria e Antonio, i genitori di Gianni, i posti su una panca in prima fila, proprio accanto alla madre, la moglie e la figlia di dodici anni del magistrato. Gianni non si era mai sposato; nella chiesa ci sono almeno quattro sue ex, perché con il suo sguardo malinconico e ironico piaceva molto alle donne, soprattutto dopo che le aveva lasciate.
Maria e Antonio hanno parlato al telefono, un'ora dopo l'esplosione. Era stato Antonio a comporre il numero della casa dove Gianni viveva con la madre.
«Pronto» aveva risposto Maria, singhiozzando.
«Sono io. Hai visto la televisione?».
«Sì. E mi hanno già chiamato dal Ministero dell'Interno. Lui era lì. Non ci sono speranze».
«Ciao».
«Ciao».
Non si erano detti altro. Non si erano più cercati. Ora le regole del cerimoniale li costringe a stare vicini, lei che nasconde le lacrime dietro agli occhiali scuri che le aveva regalato Gianni («ma questi sono per una ragazzina, io ormai sono una vecchia» gli aveva detto), lui con il completo scuro che aveva comprato con il figlio quando era andato a trovarlo a Palermo («questo lo indosserò nella bara» aveva detto con il solito humor nero, Gianni gli aveva risposto con uno scappellotto scherzoso ribattendo «quante cazzate dici»).
La messa è accompagnata da colpi di tosse, urla e pianti, Maria e Antonio non si guardano, non si parlano. Fissano la bara. Quando è arrivata, però, Maria è stata costretta a inquadrare Antonio e ha avvertito un dolore al cuore: non si era mai resa conto quanto Gianni assomigliasse al padre. La corporatura massiccia, lo sguardo nero, le labbra grosse. L'immagine di Antonio, ora, non è quella dell'uomo invecchiato che non vedeva da trentacinque anni, ma di come sarebbe stato il figlio tra qualche decennio. Antonio, all'arrivo di Maria, non era riuscito a evitare di notare quanto fosse attraente la giovane poliziotta che la stava accompagnando, e si era vergognato di se stesso, vecchio e maiale, aveva pensato, anche nel giorno del funerale figlio. Poi, però, aveva decifrato nel volto di Maria, rinsecchito, i segni della ragazza di trentacinque anni prima. E aveva sentito qualcosa dentro, il senso di perdita, di errore fatale, ma anche di sollievo, perché in fondo era stato meglio che si fossero lasciati da giovani, perché sarebbe stato insopportabile vedere Maria invecchiare, cambiare.
«Ciao».
«Ciao» si erano detti. Poi non avevano più parlato.
Dopo il funerale, le foto, gli abbracci dei ministri. Al ritorno a Roma, un collega di Gianni era andato a prenderli all'aeroporto. In aereo erano rimasti seduti vicini, ma entrambi avevano dormito, evitando per quanto possibile il contatto con il corpo dell'altro. Durante il volo lei aveva chiesto a lui, mostrandogli una bottiglietta d'acqua: «Vuoi bere?». «No, ti ringrazio». Non avevano detto altro. Ora sono sull'auto del collega Gianni, imbarazzati rispondono a monosillabi alle sue domande.«Ecco, questo è il mio palazzo, mi lasci pure qui. La ringrazio moltissimo». Maria scende senza dire nulla ad Antonio. Il collega di Gianni l'accompagna alla porta, le stringe la mano, poi torna da Antonio che aspetta in macchina. «Lei signor Antonio abita vicino al Gemelli, no?». «Sì, certo. No, anzi, perdonami perché sei stato gentilissimo, ma lasciami scendere qui, voglio camminare un po'. Dopo prendo un taxi». «Ma è sicuro?». «Davvero. Ti ringrazio ancora». Stringe con una mano la spalla del collega di Gianni, scende e corre verso il palazzo di Maria. Il portone è aperto, Maria è in fondo al corridoio, fissa l'ascensore, ma non sale. Sta piangendo. Antonio corre da lei. L'abbraccia. Si abbracciano. Non dicono nulla.

venerdì 25 aprile 2014

giovedì 24 aprile 2014

i corti che escono su move 7/ la filastrocca

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di Mauro Evangelisti

La filastrocca
Quando la rivoluzione si trasformò in privilegi, violenza e persecuzione Ana decise che doveva andarsene dal paese. Non ne parlò con Antonio, il suo uomo e il padre dei suoi figli: capì che non l’avrebbe seguita. Anzi, l'avrebbe denunciata. Avevano creduto nel cambiamento e forse lo amava ancora, ma Ana organizzò la fuga. L'amico dell'ambasciata di un paese straniero le disse che stava per andarsene, che tutti i diplomatici lasciavano il paese: se voleva, poteva partire con lui. Fu allora che decise di portare con sé Julia, che aveva solo cinque anni. Avrebbe lasciato con il padre Mathias, cinque anni di più. Fu una decisione dolorosa, per Ana fu come tagliarsi un braccio. Ma non ebbe scelta. L'amico dell'ambasciata le disse che sull'elicottero c'era soltanto un posto. Però non fu l'unica ragione: inconsciamente, trovò ingiusto privare il suo uomo di entrambi i figli e Mathias era molto legato al padre. Alla sera, prima della fuga, strinse forte Mathias. «Che c'è mamma?». «Nulla, non ti preoccupare. Dormi».
Julia oggi ha 28 anni e sta dormendo su un Airbus 330. «Viaggia per vacanza o per lavoro?» le ha chiesto un ragazzo all'imbarco. «In vacanza» ha mentito. Non le andava di raccontare che torna per la prima volta nel paese in cui è nata, che una settimana fa è stata al funerale della madre, che deve cercare Mathias, suo fratello, che non ha mai risposto alle sue lettere e a quelle di Ana. Vuole dirgli che sua madre è morta e che l'ultimo pensiero, come il primo di ogni mattino, è stato per lui. Per lei Mathias è poco più del ricordo di un sorriso e di una filastrocca che cantavano insieme. Loro padre morì due anni dopo la fuga di Ana. Fu fucilato dal regime che lo giudicò un traditore. Mathias è cresciuto con lo zio, fedele al regime.
Quando esce dall'aeroporto Julia si mescola ai turisti. Si fa portare da un tassista nel centro della capitale. Lungo la strada riconosce una casa, cadente, vicino alla quale quattro vecchi stanno giocando a domino. Lì è nata. Domanda ai vecchi se conoscono Mathias, loro si guardano in faccia, sorpresi e spaventati: «Non abita più qui, di sicuro lo trovi al partito. Ma non lasciano entrare i turisti». Al mattino, nella piscina dell'hotel, fa amicizia con il barista, gli allunga cento dollari e si fa raccontare la storia di Mathias. «Lo conoscono tutti. È l'uomo nuovo del regime. Uno pericoloso, matto. Mio cugino conosce la segretaria. Se vuoi posso darle un biglietto». Julia mette in una busta la foto della madre distribuita al funerale. Vi scrive: «Rose rosse, rosse gialle, i bambini della valle...». È l'inizio della filastrocca che cantavano da bambini.
Tre mesi dopo Julia è su una jeep, con il fratello che indossa la divisa militare. Una settimana dopo l'invio del biglietto, in hotel si erano presentati dieci soldati. L'avevano bendata e portata in una caserma. Un uomo dalle spalle larghe e i capelli lunghi le aveva tolto la benda. «Sono Mathias». Le aveva stretto la mano. Nessun abbraccio. «Nostra madre è morta, un tumore. Perché non hai mai risposto alle sue lettere?». Lui aveva alzato le spalle, preso una bottiglia di rum e versato da bere. «Non avevo nulla da dirle». Si era sentita l'esplosione. Spari. Urla. Mathias aveva guardato negli occhi Julia: «Abbiamo cominciato, non ti preoccupare. Le cose stanno cambiando, qui, qualcuno si farà male». In poche ora era tutto finito, quelli che avevano controllato il regime per 25 anni erano stati uccisi o arrestati. Avevano preso il potere i quarantenni. C'era un nuovo comandante: Mathias. Julia era stata ospitata nella sede presidenziale, quasi prigioniera. Vedeva il fratello impartire ordini, parlare in tv («la rivoluzione continua»). Rappresaglie, fucilazioni. «Falli smettere» aveva chiesto al fratello. «È necessario» le aveva risposto, addentando una bistecca. Lei era in piedi, lui aveva bevuto un bicchiere di vino rosso, si era pulito il viso e poi, quasi a freddo, le aveva chiesto: «Perché? Perché nostra madre mi ha lasciato qui? Perché non ha portato anche me?». Julia avrebbe voluto spiegare le ragioni di Ana, ma sapeva che sarebbe stato inutile, si era voltata ed era tornata nella sua stanza. Ora sono sulla jeep, Julia ha chiesto di seguirlo per chiedergli di lasciarla partire. «Non c'è problema, non sei prigioniera». È le accarezza il volto, primo gesto di tenerezza da quando si sono rivisti. «Se la mamma avesse portato anche me, ora sarei un impiegato grasso e scontento. Meglio così». La scorta frena, spari. Un agguato. Restano a terra quattro donne e quattro uomini, solo un soldato è ferito. Dietro un muro, tremanti, due bambini, un maschio e una femmina. I soldati stanno per sparare, «no» urla Julia. «Fermi» acconsente Mathias. Per una settimana i due bambini restano nell'appartamento con Mathias e Julia. La bimba si chiama Lucia, ha 5 anni, il maschio, Fernando, ne ha 8. Tra una settimana Julia partirà. «Ti prego, Mathias, procura loro dei documenti falsi, lasciali venire con me. Qui non hanno nessuno». Mathias scruta i bambini lontani: «No, portati via solo Lucia. Fernando resta qui con me».

giovedì 10 aprile 2014

i corti che escono su move 6/ Summer coming soon

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di Mauro Evangelisti

Summer coming soon


Questa è la pistola. È facile: l'avvicini alla sua testa, premi il grilletto, come nei film, ed è tutto finito. Ci sarà sangue, ma non ti preoccupare, puliamo noi. Non troveranno il corpo, nessuno saprà nulla. È questo che vuoi, no? Il video lo hai visto, no? Questa merda non si è accorto che era sotto una telecamera di sorveglianza di una banca. Non chiedermi come abbiamo fatto a recuperare la registrazione. Noi siamo più bravi della polizia. Questa è la pistola, è facile. Per un quarto d'ora non riprenderà i sensi. Hai quindici minuti per decidere, se non lo ammazzi tu, noi lo liberiamo. Ora ti lasciamo solo, torniamo tra poco. Per pulire o per liberare l'uomo che ha stuprato e ucciso la tua bambina. Fosse stata mia figlia io non avrei dubbi. Ma è giusto che sia tu a decidere.

Marcos esce dalla stanza, seguito dai due ciccioni che gli fanno da guardaspalle. Sento che salgono le scale, fanno rumore. A Marcos è sempre piaciuto portare stivali da cowboy, anche se nel nostro paese fa un caldo da impazzire e dicono che un'estate così calda non ci sia mai stata. Quando hanno trovato Clara nel vicolo, con la gonna strappata, il sangue, il viso da angelo deturpato a pugni, la mia bella vita trasparente da avvocato, difensore dei diritti civili e dei più deboli, è finita. Sapevo che la polizia non avrebbe mai trovato l'assassino. Il castello di valori solidi della mia vita stava vacillando. Non devi pensare alla vendetta, l'odio non è la soluzione, la pena di morte non è la risposta: questo ripetevo sempre alle vittime di abusi, di prepotenze e violenze. Ora che dall'altra parte della storia c'ero io, non sapevo controllare l'odio. Volevo vendetta. Potevo fare solo una cosa: cercare Marcos. Non avrei mai pensato che sarebbe successo.

Guardo il viso lungo e liscio della bestia: attorno all'occhio destro è rosso, ma lo hanno addormentato con una puntura, non con le botte. Ha gel nei capelli e una maglietta con scritto Summer coming soon. Ha diciotto anni, quella notte era ubriaco e drogato. Avvicino la pistola alla sua bocca.

Per dieci anni Marcos è stato il mio migliore amico. Già allora, quando eravamo non più bambini ma non ancora adolescenti, eravamo differenti. Lui prepotente e temuto, spavaldo, io più alto, più chiuso. Non ero un vigliacco, ma venivo da un'altra regione e il primo giorno a scuola alcuni mi presero di mira. Solo battute e qualche sgambetto, ma capii che la situazione sarebbe peggiorata. Poi un giorno il mio sguardo incontrò quello di Marcos e ci sentimmo fratelli. Non so perché, è uno degli strani misteri della vita. Parlammo della regione da cui provenivo, del calcio, dei mondiali che si sarebbero giocati quell'estate. Da allora, naturalmente, nessuno osò avvicinarsi a me. Marcos non dovette mai difendermi, ma a scuola, in paese, ovunque, tutti sapevano che ero suo amico. Seguirono due vite diverse: lui la banda, lo spaccio, i soldi; io lo studio, l'università, il fidanzamento con Ada. Eppure, malgrado le strade si allontanassero, ogni settimana trovavamo un giorno per andare al mare insieme, parlare, passeggiare, cantare, ci raccontavamo le nostre vite e Marcos con me perdeva la sua predisposizione alla violenza e al potere, per il tempo che trascorrevamo insieme era uno come tanti.

Spingo la canna dell'arma sulle labbra del ragazzo, ancora incosciente. Accarezzo con il dito il grilletto, ne provo, con prudenza, la resistenza. Poi guardo la maglietta, azzurra, la scritta Summer coming soon.

Fui io a tradire Marcos. Avevamo vent'anni, passeggiavamo in spiaggia e mi parlava della sua nuova fidanzata. Poi si fermò, mi guardò negli occhi, e mi disse, a bassa voce: «Ieri ho ucciso un uomo, era la prima volta». Poi scrutò la sabbia e aggiunse: «Mi è piaciuto». Io aspettai qualche secondo, realizzai chi fosse veramente Marcos, lontano dall'immagine dell'amico che mi ero costruito anche se lui non mi aveva mai nascosto nulla. «Non voglio più vederti, non cercarmi più. Siamo differenti». Non mi ha più cercato, per vent'anni non l'ho più visto. Una settimana fa sono andato a chiedergli aiuto, mi ha risposto a monosillabi mentre affettava una mela. «Ti aiuterò, troveremo quella bestia». Mentre uscivo l'ho sentito dire: «Avvocato dei diritti civili, se in questi anni nessuno ti ha torto mai un dito...sai chi ti ha protetto».
Prendo un lembo della maglietta con scritto Summer coming soon, tento di strapparla, non ci riesco, il corpo si alza e ricade come un pupazzo.

Marcos sente il colpo di pistola. Entra. Vede il ragazzo ancora immobile, ancora addormentato, ma vivo. Per terra il corpo dell'amico, l'arma a pochi centimetri, sangue dappertutto, la testa spappolata. Corre, lo abbraccia. È tardi.

venerdì 28 marzo 2014

Trolley, il rumore della vita che corre a Roma

di Mauro Evangelisti

Ecco, li senti arrivare dall’ormai tradizionale rumore del trolley sui sampietrini, che non furono ideati pensando che un giorno ci sarebbero state delle valigie con le ruote. E a vagare, con uno spicchio di vita chiuso in fretta dentro un trolley non sono solo i turisti, sono le nostre esistenze di corsa. Quelle che miracolosamente incastrano il trolley in uno scooter, corrono a prendere treni dell’alta velocità. Si precipitano - tlac-tlac-tlac - ad appuntamenti di lavoro e dentro al trolley hanno il tablet con l’altro pezzo di vita, quello a metà tra nuvola e memoria interna, perché ci serve la biancheria da portare a lavare dalla mamma o in tintoria ma anche quel file che devi avere sempre con te. 

giovedì 27 marzo 2014

i corti che escono su move /5 la colpa e la felicità

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di Mauro Evangelisti

La colpa e la felicità Ho ucciso un uomo. No, non gli ho sparato, non l'ho accoltellato, non l'ho pestato. L'ho ucciso per pigrizia. Ecco, forse è il caso che spieghi meglio cosa è successo, mi aiuterà a fare pace con me stesso. Forse. Ero fermo su un marciapiedi, indeciso se tornare a casa per prendere l'ombrello, visto che il cielo era scuro, e preoccupato perché la batteria del cellulare era meno carica di quanto pensassi. La mente era occupata da pensieri che deviavano l'attenzione. Un uomo si è avvicinato e mi ha chiesto: «Scusi, dov'è via del Giglio?». Io ho avuto come una scossa perché qualcuno aveva interrotto il flusso dei miei pensieri e, inconsciamente, ho provato fastidio. Ho risposto brusco: «Non lo so». Poi, per non risultare maleducato ho aggiunto: «Mi spiace». Lui ha alzato le spalle: «Non si preoccupi. Chiedo al bar qui di fronte». Ma io so dov'è via del Giglio. Semplicemente, sul momento, stordito per quella richiesta inattesa mentre tentavo di risolvere i miei problemi, tra ombrello e batteria del cellulare, ho rifiutato lo sforzo di elaborare una spiegazione per guidare quell'uomo fino a via del Giglio. Lui si è allontanato in fretta, si è voltato, dopo le mie scuse, rassicurandomi che avrebbe chiesto al bar di fronte, è sceso dal marciapiedi per attraversare la strada, ed è stato travolto da un bus. Ho visto il corpo trascinato e schiacciato dalle ruote, ho sentito le urla di altri che hanno assistito alla scena, sono andato a soccorrerlo, ho chiamato l'ambulanza, atteso che lo liberassero, udito il medico dire che non c'era nulla da fare, raccontato ai vigili urbani cosa avevo visto, lui che andava di fretta, che scendeva dal marciapiedi, che attraversava senza guardare, il conducente del bus che non ha fatto in tempo a evitarlo. I vigili mi hanno detto che si chiamava Gilberto, aveva 39 anni, era di una città vicina ed era diretto in via del Giglio per incontrare il proprietario di un'azienda che gli aveva offerto un posto da dirigente. «Che sfortuna» ho commentato con il vigile. Ma non gli ho detto - non l'ho detto a nessuno - che l'uomo mi aveva chiesto dove fosse via del Giglio, che se gli avessi risposto lui non avrebbe tentato di raggiungere il bar. E non sarebbe morto. Ora porto con me questo fardello, questa convinzione di avere causato la morte di un uomo, tutto a causa di una reazione istintiva di fastidio ingiustificata. Ieri ho preso la macchina e ho guidato fino alla città della vittima dell'incidente, sono andato al funerale. Ho visto una signora curva, capelli bianchi, piangere. «E’ la madre», mi ha spiegato uno seduto vicino a me in chiesa. Poi si è avvicinata alla bara una donna con i capelli castani e lisci, un po' robusta, fianchi larghi, ma dal viso intenso e gli occhi scuri. «È la moglie. Poverina, è rimasta sola, non hanno figli». Non dimenticherò il viso di quella donna. Da un mese non vado più a lavorare. Il medico mi ha firmato i certificati, lo fa perché è un amico, ma anche perché vede che sto male. La sera, prima di addormentarmi, ripenso a quel susseguirsi rapido di attimi, a come avrei potuto modificare il flusso degli eventi. Sarebbe bastato che avessi ricaricato durante la notte il cellulare, per non essere distratto da quella preoccupazione, e dunque avrei spiegato a Gilberto dov'era via del Giglio. Sarebbe bastato che avessi preso l'ombrello prima di uscire. Ma sarebbe stato sufficiente molto meno, per cambiare la concatenazione degli eventi, fossi uscito di casa un secondo prima o dopo, lui non mi avrebbe chiesto l'informazione e non avrebbe deciso di attraversare. Ma semplicemente - è la constatazione che mi fa più male - avrei dovuto rispondergli, dirgli dov'è via del Giglio: lo avrei salvato. Sono trascorsi dodici anni. Un giorno hanno bussato alla porta del mio appartamento. «Le non mi conosce, ma vorrei parlarle», mi ha detto una voce di donna. Stavo per mandarla via, poi ho guardato dallo spioncino: era il viso della donna del funerale, era il viso della moglie di Gilberto. Mi ha detto che era risalita a me tramite un amico dei vigili urbani, che voleva chiedermi un grande favore, che le parlassi dell’incidente di Gilberto, poiché ero l'ultimo ad averlo visto. Abbiamo parlato a lungo, anche a lei ho raccontato solo una parte della storia, non le ho detto che tutto era successo per colpa mia. Cominciammo a frequentarci, ci siamo fidanzati e sposati, sono nati due figli e siamo felici, io sono felice. La mia felicità è stata originata dalla morte di un uomo che io stesso, per un gesto di pigrizia, ho causato. Non c'è giustizia in questo mondo.

mercoledì 12 marzo 2014

i corti che escono su move 4/ l'invidia e l'amicizia

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di Mauro Evangelisti



L'invidia e l'amicizia

Oggi ho ritrovato il diario di mio padre. A trent'anni dalla morte. Parla molto della sua musica e delle sue delusioni. Ho pensato che sarebbe stato bello usarlo per scrivere un libro sulla sua vita. Ma dopo aver letto il diario ho compreso che sbagliavo. Ci sono due vite che corrono parallele, nel diario: quella di mio padre e quella di Loreno Bosotti. Oggi nessuno lo ricorda, a parte pochi esperti di musica. Eppure Bosotti fu uno dei musicisti più popolari in Italia, riempiva i teatri e sembrava dovesse segnare per sempre la storia della musica. Poi, però, dopo la morte, avvenuta pochi mesi prima di quella di mio padre, le sue canzoni furono dimenticate, se ne comprese la futilità e l'inutilità. Bosotti questo non lo seppe, perché quando morì era ancora riscaldato dai raggi di sole della gloria. Mio padre era cresciuto con Loreno Bosotti, avevano studiato musica insieme, lavorato nello stesso ristorante da giovani, diviso l'appartamento. Erano amici, fratelli. Poi qualcosa cambiò: nessuno amava la musica di mio padre, le case discografiche rifiutavano le sue canzoni; Bosotti al contrario riuscì a pubblicare un disco e, complice il sorriso che piaceva alle signore del tempo, scalò con rapidità le montagne del successo. L'amicizia si sfaldò. «Non riesco a comprendere come sia possibile che la musica di Loreno abbia successo: è banale, copiata, senza estro. La mia è genio, creatività, tecnica. Eppure non la vuole nessuno». Ecco leggendo queste righe del diario si può pensare che mio padre, che continuò a lavorare come cameriere, fosse invidioso, perché vedeva l'amico raggiungere un risultato straordinario a cui lui stesso aspirava; che facesse prevalere il rancore sull'amicizia.  Non è così: mio padre realmente era convinto che la musica di Bosotti non fosse arte, fosse poco più che spazzatura e non riusciva a spiegarsi come raccogliesse un tale successo a fronte del fallimento delle sue composizioni, che considerava assai migliori. Bosotti però soffrì per l'allontanamento di mio padre. Non so se fu perché realmente lo considerasse un bravo musicista o semplicemente perché voleva riconquistarne l'amicizia, ma lo aiutò a pubblicare il primo disco, minacciando la casa discografica di rompere il contratto se non avesse dato una possibilità all'amico. Ma quel gesto di generosità aumentò le distanze, perché la constatazione che il disco non piaceva al pubblico, che nessuno lo comprava e che veniva deriso dai critici, rese mio padre ancora più frustrato e astioso nei confronti di Bosotti. Seguirono altre uscite, che la casa discografica concesse perché temeva le ritorsioni di Bosotti, che intanto divenne una stella internazionale, con teatri pieni a Parigi, Londra, New York, Buenos Aires. Mio padre con i dischi non guadagnò mai a sufficienza per lasciare il lavoro di cameriere. Forse mia madre e io fummo la sua unica felicità, mentre sui giornali vedeva le foto di Bosotti con le attrici più belle del mondo, tre matrimoni e sei figli sparsi per il mondo. Un giorno - questo non lo sa nessuno, ma l'ho letto sul diario -  mio padre chiese un appuntamento a Bosotti. Malgrado le insistenze di Loreno, mio padre aveva sempre rifiutato, per molti anni, di incontrarlo. Bosotti fu dunque stupito da quella richiesta. Lo accolse in un piccolo appartamento in città, non voleva umiliarlo incontrandolo nella sua villa hollywoodiana in campagna. «Volevo dirti che ho un brutto male - spiegò mio padre - anche questa volta vincerai tu, avrai una lunga vita, con i tuoi figli e i tuoi nipoti, mentre io lascerò soli mia moglie e mio figlio». «Ma io ti voglio bene, ti ho sempre considerato il mio migliore amico. E un grande musicista. Non mi sono mai sentito in competizione con te». Mio padre non rispose e se ne andò. Il destino fu strano: due mesi dopo, Bosotti morì per un infarto, mio padre, sia pure già piegato dalla malattia, andò ai funerali, tra centinaia di migliaia di persone. Dopo due mesi morì anche lui, non seppe mai che Bosotti aveva disposto che mi fosse versato un generoso vitalizio per gli studi. Tre anni dopo un regista scelse una vecchia canzone di mio padre per la scena più importante di un grande film. Quel brano ottenne così una popolarità straordinaria. La casa discografica ripubblicò tutti i dischi di mio padre, che anno dopo anno, ebbero una diffusione inattesa. I critici dissero che papà era uno dei più formidabili compositori del secolo, le sue canzoni divennero un classico nella storia della musica e tutt'oggi sono considerate dei capolavori. La musica di Bosotti è stata dimenticata. Ma questo mio padre non lo saprà mai. 

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